La Badessa di Castro di Stendhal
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CAPITOLO 1
Il melodramma italiano ci ha mostrato così spesso i briganti del Cinquecento, e tanta gente ne ha parlato, senza conoscerli, che noi abbiamo intorno ad essi le idee più false.
Si può dire, in generale, che i briganti costituirono l'"opposizione" contro gli atroci governi che in Italia succedettero alle repubbliche del Medioevo. Il nuovo tiranno fu di solito il più ricco cittadino della defunta repubblica, il quale, per accattivarsi il favore del basso popolo, ornava la città di splendide chiese e di bei quadri.
Tali furono i Polentani di Ravenna, i Manfredi di Faenza, i Riaro di Imola, gli Scaligeri di Verona, i Bentivoglio di Bologna, i Visconti di Milano, e finalmente i meno bellicosi e i più ipocriti di tutti, i Medici di Firenze. Nessuno tra gli storici di questi piccoli stati ha avuto il coraggio di raccontare gli avvelenamenti e gli innumerevoli assassinii ordinati dalla paura che tormentava quei tirannelli: quei pesanti storici erano al loro soldo.
Notate che ogni tiranno conosceva uno per uno i repubblicani da cui si sapeva esecrato (Cosimo granduca di Toscana, per esempio, conosceva lo Strozzi) e che parecchi tiranni morirono assassinati, e allora comprenderete la serietà del Cinquecento, l'odio profondo e l'eterna diffidenza che diedero tanto ingegno e tanto coraggio agli Italiani del Cinquecento e tanta genialità agli artisti di quel secolo. Vi accorgerete che passioni così forti impedirono la nascita di quel pregiudizio piuttosto ridicolo che al tempo della signora di Sévigné si chiamava l'"onore" e che consiste soprattutto nel sacrificare la propria vita per servire il padrone di cui si è nati sudditi e per piacere alle dame. Nel Cinquecento l'attività di un uomo e il suo reale valore non potevano rivelarsi in Francia e suscitare l'ammirazione se non per mezzo di atti coraggiosi sul campo di battaglia o nei duelli; e poiché alle donne piace il coraggio e soprattutto l'audacia, i giudici supremi del valore di un uomo furono per l'appunto le donne.
Nacque lo "spirito di galanteria", che preparò via via l'annientamento di tutte le passioni, e perfino dell'amore, a tutto profitto di quel crudele tiranno a cui obbedisce ognuno di noi: la vanità. I re si misero a proteggere la vanità, e ben a ragione: donde l'impero delle onorificenza.
In Italia un uomo si faceva conoscere con ogni genere di merito, coi gran colpi di spada come con le scoperte negli antichi manoscritti: vedete il Petrarca, l'idolo del proprio tempo. Una donna del Cinquecento amava un uomo dotto in greco più di quel che avrebbe amato un uomo celebre per il valore militare. Si videro allora delle passioni, e non già l'abitudine della galanteria. Ecco la grande differenza tra l'Italia e la Francia, ecco perché l'Italia ha visto nascere un Raffaello, un Giorgione, un Tiziano, un Correggio, mentre la Francia produceva tutti quei valorosi capitani del secolo decimosesto, oggi così dimenticati, ognuno dei quali, tuttavia, uccise così gran numero di nemici.
Chiedo perdono per le dure verità che dico. Comunque sia, le vendette atroci e "necessarie" dei tirannelli italiani del Medioevo conquistarono ai briganti il cuore del popolo. Senza dubbio, i briganti erano odiati quando rubavano cavalli, grano, danaro, quanto insomma occorreva loro per vivere; ma, insomma, il cuore del popolo era per loro; e le ragazze del contado preferivano il giovanotto che, una volta nella vita, era stato costretto "a darsi alla macchia", cioè a fuggire nei boschi e a rifugiarsi presso i briganti a cagione di qualche grossa imprudenza.
Anche oggi tutti certamente hanno paura d'un incontro coi briganti; ma quando poi sono puniti, ognuno li compatisce. Il fatto è che questo popolo così perspicace, così scanzonato, così pronto a turbarsi degli scritti a stampa approvati dalla censura dei suoi padroni, legge abitualmente poesie che narrano con ammirazione la vita dei più famosi briganti. Quel che c'è d'eroico in queste storie commuove la fibra artistica sempre viva "nella plebe" e, d'altra parte, questa è così sazia delle lodi ufficiali tributate a certe persone che quanto non è ufficiale in codesto genere le va diritto al cuore. Bisogna sapere che il basso popolo in Italia soffre di alcune cose di cui il viaggiatore straniero non s'accorgerebbe mai, anche se rimanesse dieci anni nel paese.
Quindici anni fa, per esempio, prima che la saggezza dei governi avesse soppresso il brigantaggio, (é Gasparone, l'ultimo brigante. Nel 1826 entrò in trattative col governo. Fu rinchiuso nella fortezza di Civitavecchia con trentadue dei suoi uomini. Solo la mancanza d'acqua sulle cime dell'Appennino dove s'era rifugiato poté costringerlo alla resa. E' un uomo di spirito, e d'aspetto abbastanza piacente), non era infrequente il caso che i banditi punissero con le loro imprese le angherie dei governatori di piccole città. Questi governatori, magistrati assoluti il cui stipendio non supera gli otto scudi mensili, obbediscono naturalmente alla famiglia più cospicua del luogo, la quale perciò, con questo mezzo molto semplice, opprime i propri nemici. Se non sempre i briganti riuscivano a punire quei piccoli governatori tirannici, almeno s'infischiavano di loro e li sfidavano; e questo non è poco agli occhi di un popolo intelligente come l'italiano. Un sonetto satirico lo consola di tutti i suoi mali, e un'offesa non è mai dimenticata. Ecco un'altra differenza capitale tra l'Italiano e il Francese.
Nel Cinquecento, se il governatore d'una borgata condannava a morte un povero terrazzano preso di mira dalla famiglia principale, non era raro il caso che i briganti prendessero d'assalto la prigione e cercassero di liberare l'oppresso. La famiglia potente, dal canto suo, non fidandosi troppo degli otto o dieci soldati posti dal governo a guardia della prigione, metteva in armi a sue spese un drappello di soldati avventizi. I "bravi" bivaccavano nei dintorni della prigione ed erano incaricati di scortare fino al luogo del supplizio il povero diavolo la cui morte era stata patteggiata a suon di danari. Se nella famiglia potente c'era un giovane, questi si metteva alla testa di quei soldati improvvisati.
Un simile stato di civiltà offende la morale, d'accordo: oggi noi abbiamo il duello, la noia, e giudici che non si vendono; ma quei costumi del Cinquecento erano mirabilmente adatti a creare uomini degni di questo nome. Molti storici, ancor oggi lodati dalla stracca letteratura accademica, han cercato di dissimulare uno stato di cose che verso il 1550 formò dei caratteri così grandi. Le loro prudenti menzogne furono ricompensate con tutti gli onori di cui potevano disporre i Medici a Firenze, gli Estensi a Ferrara, i viceré spagnoli a Napoli, eccetera. Un povero storico, il Giannone, ha voluto sollevare un lembo di velo; ma, poiché non ha osato dire che una piccolissima parte della verità, e anche questa in forma dubitativa e oscura, egli si è dimostrato uno scrittore molto noioso: il che non ha impedito che sia morto in prigione a ottantadue anni il 7 marzo 1758.
Quando si vuol conoscere la storia d'Italia, bisogna prima di tutto evitare di leggere gli scrittori generalmente approvati: in nessun paese è stato meglio conosciuto quale valore ha la menzogna, in nessuno essa è stata meglio pagata. (Pieni di menzogne sono Paolo Giovio, vescovo di Como, l'Aretino, e cento altri meno divertenti, sfuggiti all'infamia grazie alla noia che ispirano, Robertson, Roscoe. Il Guicciardini si vendette a Cosimo Primo, che si burlò di lui. Ai nostri giorni il Colletta e il Pignotti hanno detto la verità: l'ultimo con la continua paura d'esser destituito, benché pensasse a far pubblicare la sua opera solo dopo la sua morte.)
Le prime storie che siano state scritte in Italia dopo la grande barbarie del secolo nono, fanno già menzione dei briganti, e ne parlano come se esistessero da tempo immemorabile. (Si veda la raccolta del Muratori). Quando, disgraziatamente per il pubblico bene, per la giustizia e per il buon governo, ma fortunatamente per le belle arti, le repubbliche del Medioevo furono soppresse, i repubblicani più energici, quelli che amavano la libertà più della maggioranza dei loro concittadini, si rifugiarono nei boschi. Il popolo, naturalmente, vessato com'era dai Baglioni, dai Malatesta, dai Bentivoglio, dai Medici e via dicendo, amava e rispettava i loro nemici. Le crudeltà dei tirannelli che succedettero ai primi usurpatori, le crudeltà, per esempio, di Cosimo Primo, granduca di Firenze, che faceva assassinare perfino a Venezia, perfino a Parigi, i repubblicani rifugiatisi là, diedero delle reclute a quei briganti. Per parlare soltanto dei tempi prossimi a quelli in cui visse la nostra eroina, negli anni intorno al 1550, Alfonso Piccolomini duca di Monte Mariano e Marco Sciarra si misero con buon consenso alla testa di bande armate che nei dintorni di Albano sfidavano i soldati del papa allora molto valorosi.
La linea delle operazioni di questi famosi capi che il popolo ammira tuttora, andava dal Po e le paludi di Ravenna fino ai boschi che allora coprivano il Vesuvio. La foresta della Faiola, così celebrata per le loro imprese, situata a cinque leghe da Roma sulla via di Napoli, era il quartiere generale di Sciarra, che, durante il pontificato di Gregorio Tredicesimo, qualche volta mise insieme parecchie migliaia di soldati. La storia particolareggiata di questo illustre brigante riuscirebbe incredibile alla generazione attuale perché non si potrebbero comprendere i motivi dei suoi atti. Egli non fu vinto che nel 1592. Quando vide che i suoi affari volgevano al peggio, intavolò trattative con la repubblica di Venezia e passò al servizio di questa coi suoi soldati più devoti o, se si vuole, più colpevoli. Alle proteste del governo romano, Venezia, che aveva firmato un patto con Sciarra, lo fece assassinare e mandò i suoi valorosi soldati a difendere, contro i Turchi, l'isola di Candia. Ma la saggezza veneta ben sapeva che a Candia infieriva una micidiale pestilenza, e in pochi giorni i cinquecento soldati che Sciarra aveva condotto con sé al servizio della repubblica furono ridotti a sessantasette. La foresta della Faiola, i cui alberi giganteschi ricoprono un antico vulcano, fu l'ultimo teatro delle imprese di Marco Sciarra. Tutti i viaggiatori vi diranno che è il posto più bello di quella stupenda campagna romana, il cui fosco aspetto sembra fatto apposta per la tragedia. Essa incorona con la sua nera verdura le vette del monte Albano.
Noi dobbiamo questa magnifica montagna a certa eruzione vulcanica anteriore di parecchi secoli alla fondazione di Roma. In un tempo che ha preceduto ogni storia essa emerse in mezzo alla vasta pianura che una volta si estendeva tra gli Appennini e il mare. Monte Cavo, che si innalza circondato dalle cupe ombre della Faiola, ne è il punto culminante. Dappertutto si vede, da Terracina e da Ostia come da Roma e da Tivoli, e l'orizzonte di Roma così noto ai viaggiatori è limitato a mezzogiorno dai colli albani, oggi gremiti di ville. Un convento di monaci neri ha sostituito sulla vetta di Monte Cavo il tempio di Giove Feretrio, dove i popoli latini venivano a sacrificare in comune e a rinsaldare i vincoli d'una sorta di federazione religiosa. Protetto dall'ombra di superbi castagni, il viaggiatore arriva in poche ore agli enormi blocchi diroccati dell'antico tempio; ma sotto quelle ombre cupe, così deliziose in un clima caldo come quello del Lazio, guarda inquieto verso il fondo della foresta: anche oggi egli ha paura dei briganti. Raggiunta la vetta di Monte Cavo, si accende il fuoco nelle rovine del tempio per preparare da mangiare. Da questo punto, che domina tutta la campagna romana, all'ora del tramonto, si scorge il mare, e sembra a due passi benché sia a tre o quattro leghe. Si distinguono fin le più piccole barche; col più debole cannocchiale si possono contare le persone che vanno a Napoli sul bastimento a vapore. Da tutte le altre parti lo sguardo spazia su una splendida pianura che è limitata a levante dall'Appennino, sopra Palestrina, e a settentrione da San Pietro e dagli altri edifici di Roma. E poiché Monte Cavo non è molto alto, l'occhio coglie i minimi particolari di questo sublime paesaggio che potrebbe fare a meno di illustrazione storica, e tuttavia ogni ciuffo d'alberi, ogni pezzo di muro in rovina, veduto nella pianura o sul pendio della montagna, ricorda una di quelle battaglie raccontate da Tito Livio, ammirevoli per il patriottismo e per il valore.
Anche oggi, per salire ai blocchi enormi che sono i resti del tempio di Giove Feretrio e che servono di muro di cinta al giardino dei monaci neri, si può seguire la "via trionfale" percorsa un tempo dai primi re di Roma. E' lastricata di pietre tagliate molto regolarmente; e in mezzo alla foresta della Faiola se ne trovano dei lunghi tratti.
Sull'orlo del cratere spento che oggi, riempito di un'acqua limpida, è divenuto il lago di Albano di cinque o sei miglia di circonferenza, così profondamente chiuso entro rocce di lava, era situata Alba, la madre di Roma, distrutta dalla politica romana fin dal tempo dei primi re. Qualche secolo più tardi, a un quarto di lega da Alba, sul versante della montagna che guarda il mare, è sorta Albano, la città moderna, separata dal lago da una parete di rocce che nascondono il lago alla città e la città al lago. Quando la si scorge dalla pianura, le sue bianche case spiccano sulla verdura nera e profonda della foresta così cara ai briganti e così spesso nominata, che incorona da ogni lato la montagna vulcanica. Albano, che conta oggi cinque o seimila abitanti, non ne aveva tremila nel 1540, quando la famiglia Campireali, di cui stiamo per raccontare le sventure, fioriva tra le più nobili.
Traduco questa storia da due voluminosi manoscritti, uno romano e l'altro fiorentino. Con mio gran pericolo ho osato riprodurne lo stile, che somiglia a quello delle nostre vecchie leggende. Lo stile così fine e così misurato del nostro tempo mi pare che non sarebbe andato d'accordo con le azioni raccontate e soprattutto con le riflessioni degli autori. Questi scrivevano verso il 1598. Chiedo venia al lettore per loro e per me.
CAPITOLO 2
"Dopo aver narrato tante storie tragiche, - dice l'autore del manoscritto fiorentino, - finirò con quella che più di tutte mi fa pena a raccontare. Parlerò di quella famosa badessa del convento della Visitazione a Castro, Elena di Campireali, del cui processo e della cui morte tanto si parlò nell'alta società romana e italiana.
Verso il 1555 i briganti già spadroneggiavano nei dintorni di Roma: i magistrati erano venduti alle famiglie potenti. Nel 1572, che fu l'anno del processo,
Gregorio Tredicesimo, Boncompagni, salì il soglio di Pietro. Questo santo pontefice riuniva in sé tutte le virtù apostoliche; ma si è potuta rimproverare qualche debolezza al suo governo civile: egli non seppe né scegliere giudici onesti, né reprimere il brigantaggio; s'affliggeva dei delitti e non aveva la forza di punirli. Gli sembrava che infliggendo la pena di morte si sarebbe assunto una tremenda responsabilità. Il risultato di questo modo di pensare fu che un numero quasi infinito di briganti popolò le strade che menano alla città eterna. Per viaggiare con una certa sicurezza bisognava esser amico dei briganti.
La foresta della Faiola domina la strada di Napoli che passa per Albano, e perciò era da un pezzo il quartiere generale d'un governo in guerra con quello di Sua Santità. Parecchie volte Roma fu costretta a trattare da potenza a potenza con Marco Sciarra, uno dei re della foresta. La forza di questi briganti era nell'amore che avevan per loro i contadini dei dintorni.
"Questa graziosa città d'Albano, così vicina al quartier generale dei briganti, vide nascere nel 1542
Elena di Campireali.
Suo padre passava per il patrizio più ricco del paese, e perciò aveva potuto sposare Vittoria Carafa, che possedeva grandi terre nel regno di Napoli. Potrei nominare alcuni vecchi che vivono ancora e che hanno conosciuto bene Vittoria Carafa e la sua figliola.
Vittoria fu un modello di prudenza e d'intelligenza; ma, con tutto il suo genio, non poté prevenire la rovina della sua famiglia. Strano! Le spaventose sciagure che saranno il triste argomento della mia narrazione non possono, a quanto mi sembra, essere rimproverate in particolare a nessuno dei personaggi che sto per presentare al lettore: vedo in loro degli sventurati, ma, in verità, in nessuno posso riconoscere il colpevole. La meravigliosa bellezza e l'anima così tenera della giovane Elena erano due grandi pericoli per lei e sono la scusa del suo amante Giulio Branciforte, proprio come l'assoluta mancanza d'intelligenza di monsignor Cittadini, vescovo di Castro, può fino a un certo punto scusarlo. Egli era debitore della sua rapida ascensione nella carriera degli onori ecclesiastici all'onestà della sua condotta, e soprattutto all'aspetto più nobile e al volto più regolarmente bello che non si poteva vederlo senza amarlo.
"Poiché non è mia intenzione adulare nessuno, non dissimulerò che un santo monaco del convento di
Monte Cavo, il quale spesso era stato sorpreso nella sua cella sollevato a parecchi piedi dal suolo, come san Paolo, da non altro che dalla grazia divina sostenuto in quella posizione straordinaria (Anche oggi le popolazioni della campagna romana ritengono che questa strana posizione sia un segno certo di santità. Verso l'anno 1826 un monaco di Albano fu sorpreso più volte sollevato da terra per grazia divina. Gli furono attribuiti numerosi miracoli; da luoghi distanti venti leghe la gente accorreva per riceverne la benedizione; signore della più alta società lo videro nella sua cella sospeso a tre piedi da terra, poi, improvvisamente, scomparve), aveva predetto al signor di Campireali che la sua famiglia si sarebbe spenta con lui e che egli avrebbe avuto due soli figlioli, i quali perirebbero tutti e due di morte violenta. Per questa predizione non gli riuscì di ammogliarsi nel paese e andò a cercare fortuna a Napoli, dove ebbe la buona sorte di trovare grandi ricchezze e una moglie capace con la sua intelligenza di mutargli il cattivo destino se una cosa simile fosse possibile.
Il signor di Campireali aveva fama di perfetto gentiluomo e faceva grandi elemosine; ma non aveva alcun ingegno, e per questo a poco a poco cessò di dimorare a Roma e finì col trascorrere quasi tutto l'anno nel suo palazzo di Albano. Si dedicava alla coltivazione delle sue terre, situate in quella ricca pianura che si stende tra la città e il mare. Per consiglio della moglie fece educare magnificamente il suo figliolo
Fabio, giovane orgogliosissimo della propria nascita, e la sua figliola
Elena, che fu un miracolo di bellezza, come attesta il suo ritratto che si conserva tuttora nella collezione Farnese. Dopo che ho incominciato a scrivere questa storia sono andato al palazzo Farnese per contemplare la veste mortale che il cielo aveva dato a questa donna, il cui funesto destino levò tanto rumore ai suoi tempi e occupa ancora la memoria degli uomini. La forma del capo è un ovale allungato, la fronte è molto ampia, i capelli sono d'un biondo cupo. La fisionomia è piuttosto lieta. Gli occhi, grandi, hanno un'espressione profonda, e le sopracciglie castane formano un arco perfettamente disegnato. Le labbra sono molto sottili e si direbbe che le linee della bocca sono state disegnate dal famoso pittore Correggio. Veduta in mezzo ai ritratti che la circondano nella galleria Farnese, ha l'aspetto d'una regina. Accade molto di rado che l'aspetto allegro accompagni la maestà.
"Dopo aver passato otto anni interi nel convento della Visitazione della
città di Castro, ora distrutta, dove erano mandate in quel tempo le fanciulle di quasi tutti i principi romani, Elena ritornò nel proprio paese, ma prima di lasciare il convento fece offerta d'uno splendido calice all'altare maggiore della chiesa. Appena fu ritornata ad Albano, il padre fece venir da Roma, offrendogli una lauta pensione, il celebre poeta Cecchino, allora molto avanzato in età. Questi ornò la memoria di Elena dei più bei versi del divino Virgilio e dei suoi famosi discepoli, Dante, il Petrarca e l'Ariosto".
Qui il traduttore è costretto a saltare una lunga dissertazione sui diversi gradi di gloria che il secolo decimosesto assegnava a questi grandi poeti. Parrebbe che Elena sapesse il latino. I versi che le facevano imparare a memoria parlavano d'amore, e di un amore che ci sembrerebbe molto ridicolo se lo trovassimo in quest'anno di grazia 1839; voglio dire l'amore appassionato che si nutre di grandi sacrifici, non può sussistere se non avvolto di mistero ed è sempre vicino alle sciagure più tremende.
Tale era l'amore che ad Elena appena diciassettenne seppe ispirare
Giulio Branciforte. Era questi uno dei suoi vicini, poverissimo: abitava una casupola costruita sulla montagna, a un quarto di lega dalla città, in mezzo alle rovine dell'antica Alba e sul ciglio di quel precipizio alto centocinquanta piedi, tappezzato di verdura, che circonda
il lago. La casa, vicinissima alle cupe e magnifiche ombre della foresta della Faiola, fu poi abbattuta per la costruzione del
convento di Palazzolo. Quel povero giovane non aveva altro bene che il suo aspetto svelto e vivace e l'indifferenza non simulata con cui sopportava la sua mala fortuna. Aveva un volto espressivo senza essere bello, e questo era quanto di meglio si poteva dire in suo favore. Ma si diceva che aveva combattuto valorosamente al comando del principe Colonna, tra i suoi "bravi", in due o tre imprese molto rischiose. Povero, non bello, egli era nondimeno il cuore di cui le ragazze di Albano avrebbero fatto più volentieri la conquista. E poiché era ben accolto dappertutto, Giulio Branciforte non aveva avuto che facili amori fino al momento in cui Elena ritornò dal convento di Castro.
"Quando, poco dopo, il gran poeta Cecchino si trasferì da Roma al palazzo Campireali per insegnare le belle lettere alla fanciulla, Giulio, che lo conosceva, gli diresse una poesia in latino sulla felicità che la sua vecchiaia avrebbe avuto nel vedere due occhi così belli fissi nei suoi e un'anima così pura essere felice quando egli si fosse degnato di approvarne i pensieri. La gelosia e il dispetto delle ragazze corteggiate da Giulio prima del ritorno di Elena resero ben presto inutili tutte le precauzioni a cui egli ricorreva per tenere nascosta la sua nascente passione, e io devo confessare che i due giovani innamorati (lui aveva ventidue anni e lei diciassette) si comportarono da principio in un modo che la prudenza non potrebbe approvare. Non erano passati tre mesi che il signor di Campireali s'avvide che Giulio Branciforte passava troppo spesso sotto le finestre di quel suo palazzo che ancora si vede a metà della grande strada che sale verso il
lago".
La franchezza e la rudezza, conseguenza naturale della libertà tollerata dalle repubbliche, e l'abitudine delle libere passioni non ancora represse dai costumi monarchici, si rivelano appieno nel primo passo del signor di Campireali. Il giorno stesso in cui fu offeso dalle frequenti apparizioni del giovane Branciforte lo apostrofò in questi termini:
- Come osi passare così di continuo davanti alla mia casa e lanciare occhiate impertinenti alle finestre di mia figlia, tu che non possiedi nemmeno vestiti per coprirti? Se non temessi che i vicini giudicassero male la cosa, ti regalerei tre zecchini d'oro e tu andresti a Roma a comperarti una tunica più decente. Almeno i miei occhi e quelli di mia figlia non sarebbero così spesso offesi dalla vista dei tuoi cenci.
Il padre di Elena esagerava: i vestiti del giovane Branciforte non si potevano dir cenci: erano di stoffa comune; ma, ancorché ben puliti e spazzolati, bisogna confessare che apparivano logori per il lungo uso. Giulio fu così profondamente addolorato per i rimproveri del signor di Campireali che di giorno non si fece più vedere davanti al palazzo.
Come abbiamo già detto, i due archi, resti d'un antico acquedotto, che servivano di mura principali alla casa costruita dal padre del Branciforte e da lui lasciata al figliolo, non distavano da Albano più di cinque o seicento passi. Per discendere da quell'alto luogo alla città moderna Giulio era costretto a passare davanti al palazzo Campireali: Elena poté dunque notare l'assenza di quello strano giovane che, a quel che dicevano le sue amiche, aveva tralasciato ogni altra relazione per darsi tutto alla felicità che pareva provare nel guardar lei.
Una sera d'estate, verso mezzanotte, la finestra di Elena era aperta: la fanciulla respirava il venticello marino che si fa sentire molto bene sulla collina d'Albano, per quanto tra questa città e il mare si estendano tre leghe di pianura. La notte era cupa, il silenzio profondo: si sarebbe sentita cadere una foglia. Elena, affacciata alla finestra, pensava forse a Giulio, quando intravide qualcosa come l'ala silenziosa d'un uccello notturno che passava pian piano proprio contro la finestra. Si ritrasse spaventata. Non le venne l'idea che potesse trattarsi d'un oggetto offerto da qualche passante: la sua finestra era al secondo piano del palazzo, a più di cinquanta piedi da terra. Tutt'a un tratto le parve di riconoscere un mazzo di fiori in quella cosa strana che nel silenzio profondo passava e ripassava davanti alla finestra a cui era affacciata. Il cuore le batté con violenza.
Il mazzo di fiori sembrava fissato all'estremità di due o tre di quelle canne o grandi giunchi, abbastanza simili al bambù, che crescono nella campagna romana e danno delle aste lunghe tra i venti e i trenta piedi. La debolezza delle canne e il vento abbastanza forte facevano sì che Giulio provasse una certa difficoltà a tenere fermo il suo mazzo di fiori proprio davanti alla finestra a cui pensava che fosse affacciata Elena, e d'altra parte la notte era così buia che a quell'altezza non si poteva scorgere nulla. Immobile davanti alla finestra, Elena era profondamente agitata. Se avesse preso quel mazzo di fiori, non sarebbe stata una confessione? D'altra parte ella non provava nessuno di quei sentimenti che una simile avventura farebbe nascere oggi in una giovinetta dell'alta società, preparata alla vita da una raffinata educazione. Poiché suo padre e suo fratello Fabio erano in casa, il suo primo pensiero fu che il minimo rumore sarebbe seguito da un colpo d'archibugio sparato contro Giulio: le venne pietà del pericolo che correva quel povero giovane. Il suo secondo pensiero fu che questi, benché a lei quasi ignoto, era però la persona che avesse più cara al mondo dopo la sua famiglia. Finalmente, dopo qualche minuto d'esitazione, afferrò il mazzo di fiori e toccando le corolle nella profonda oscurità sentì che un biglietto era attaccato a uno stelo. Corse subito sullo scalone del palazzo per leggere quel biglietto alla luce di una lampada che ardeva davanti all'immagine della Madonna.
"Imprudente! - si disse quando le prime righe l'ebbero fatta arrossire di gioia, - se mi vedono sono perduta, e la mia famiglia non lo perdonerà a questo povero giovane". Ritornò nella sua camera e accese la lampada. Quel momento fu delizioso per Giulio, il quale, vergognoso del suo passo e come per nascondersi nell'oscurità profonda della notte, s'era stretto al tronco enorme d'uno di quei lecci dalle forme bizzarre che si vedono anche oggi intorno al palazzo Campireali.
Nella sua lettera Giulio raccontava con perfetta schiettezza l'umiliante reprimenda che aveva ricevuto dal padre di Elena.
"Io sono povero, è vero, - diceva, - e difficilmente voi potreste immaginarvi l'eccesso della mia povertà. Ho soltanto la mia casa, quella che forse voi avrete notato sotto le rovine dell'acquedotto di Alba: intorno alla casa c'è un giardino che io stesso coltivo e con le cui erbe mi sostento. Posseggo anche una vigna che affitto per trenta scudi l'anno. In verità io non so perché vi amo: non posso proporvi di certo di venire a condividere la mia miseria. E tuttavia, se voi non mi amate, la vita non vale più nulla per me; è inutile dirvi che sarei pronto a darla mille volte per voi. Eppure, prima del vostro ritorno dal convento, questa mia vita non era infelice: era anzi piena delle più splendide fantasticherie. Posso perciò dirvi che l'aspetto della felicità mi ha reso infelice. Nessuno al mondo, allora, avrebbe avuto il coraggio di dirmi le parole con cui vostro padre mi ha umiliato, ché mi sarei fatto immediatamente giustizia col mio pugnale. In quei giorni, col mio coraggio e con le mie armi, mi sentivo pari a tutti: nulla mi mancava. Ora tutto è cambiato: conosco il timore. Ma scrivo troppo: forse voi mi disprezzate. Se invece avete un po' di compassione per me, nonostante i poveri vestiti che mi coprono, osserverete che tutte le sere, quando batte la mezzanotte al convento dei Cappuccini in cima alla collina, io sono nascosto sotto il gran leccio di fronte alla finestra che guardo continuamente perché penso sia quella della vostra camera. Se non mi disprezzate come mi disprezza vostro padre, gettatemi un fiore del mazzo che vi ho offerto, ma badate che non cada su una delle cornici o uno dei balconi del vostro palazzo".
La lettera fu letta parecchie volte, e a poco a poco gli occhi di Elena si riempirono di lacrime; ella guardava con tenerezza quel magnifico mazzo di fiori che era legato con un fil di seta molto forte. Tentò di strapparne un fiore, ma non ci riuscì; poi il rimorso la prese. Strappare un fiore, sciupare in un modo qualsiasi un mazzo offerto da un innamorato, per le ragazze di Roma significava esporsi a far morire quell'amore. Ebbe timore che Giulio si spazientisse, corse alla finestra; ma sul punto di affacciarsi pensò che l'avrebbero vista troppo bene, perché la luce della lampada riempiva la camera. Elena non sapeva più qual segno potesse permettersi: le sembrava che non ce ne fosse nessuno che non dicesse troppo.
Tutta vergognosa, rientrò correndo nella camera. Ma il tempo passava. Le venne un'idea improvvisa che la gettò in un grande turbamento: Giulio poteva credere che lei lo disprezzava, come suo padre, perché povero! S'accorse di un piccolo frammento di marmo prezioso deposto sul suo tavolino, lo annodò nel fazzoletto, e gettò questo ai piedi del leccio davanti alla sua finestra. Poi fece segno che bisognava allontanarsi e sentì che Giulio le ubbidiva, perché, nell'andarsene, non cercava più di attutire il rumore dei passi. Quando egli ebbe raggiunto la vetta della cerchia di rocce che separa il lago dalle ultime case di Albano, Elena sentì che cantava parole d'amore: gli fece allora dei segni d'addio, questa volta meno timidi, e poi si rimise a leggere la lettera.
Il giorno dopo, e nei giorni seguenti, ci furono lettere e colloqui dello stesso genere; ma poiché in un villaggio italiano vien tutto osservato, e poiché Elena era il partito di gran lunga più ricco del paese, il signor di Campireali fu avvertito che tutte le sere dopo la mezzanotte si vedeva illuminata la finestra della camera di sua figlia, e che la finestra (cosa ben altrimenti straordinaria) era aperta, ed Elena vi stava affacciata come se non avesse alcun timore delle zanzare (insetti molto fastidiosi che sono il guaio delle belle serate nella campagna romana: ancora una volta devo chiedere venia al lettore: quando si cerca di conoscere gli usi dei paesi stranieri bisogna aspettarsi di trovare idee molto strane, diversissime dalle nostre). Il signor di Campireali preparò il proprio archibugio e quello del suo figliolo. La sera, quando suonarono le undici e tre quarti, avvisò Fabio, e tutti e due, facendo il minor rumore possibile, si mesero in agguato su un grande balcone di pietra al primo piano del palazzo, proprio sotto la finestra di Elena.
I massicci pilastri della balaustra di pietra li riparavano fino alla cintola dai colpi d'archibugio che si sarebbero potuti tirar loro dall'esterno. Suonò la mezzanotte: il padre e il figlio sentirono qualche piccolo rumore sotto gli alberi che fiancheggiavano la via di fronte al palazzo; ma, e la cosa li riempì di stupore, non si vide luce alla finestra di Elena. La fanciulla, che fino ad allora era stata così semplice che sembrava una bambina per la vivacità del carattere, da quando amava era del tutto mutata. Sapeva bene che la minima imprudenza poteva compromettere la vita del suo innamorato: se un signore potente come suo padre uccideva un povero diavolo come Giulio Branciforte, se la cavava con un'assenza di tre mesi che sarebbe andato a passare a Napoli: intanto i suoi amici di Roma avrebbero aggiustato la faccenda, e tutto sarebbe finito con l'offerta d'una lampada d'argento di qualche centinaio di scudi all'altare della Madonna allora di moda. La mattina, Elena s'era accorta, dalla fisionomia di suo padre, ch'egli era in gran collera; e dal modo che la guardava quando credeva di non essere osservato pensò che in quella collera lei doveva averci una gran parte. Andò subito a spargere un po' di polvere sul legno dei cinque magnifici archibugi che il padre teneva appesi vicino al letto, e ricoprì anche d'un leggero strato di polvere i pugnali e le spade. Durante tutta la giornata, come presa da una forte allegria, perlustrò la casa da cima a fondo; in ogni momento s'avvicinava alle finestre, con la ferma intenzione di fare a Giulio un segno negativo, se mai avesse la fortuna di scorgerlo. Non le venne in mente che il povero ragazzo, profondamente umiliato dal rabbuffo del ricco signor di Campireali, non si faceva mai vedere di giorno in Albano: la domenica soltanto andava per dovere alla messa parrocchiale. La madre di Elena, che l'adorava e che non sapeva rifiutarle nulla, quel giorno uscì tre volte con lei; ma fu inutile: Elena non incontrò Giulio. Era disperata. E a qual punto salì la sua disperazione verso sera allorché esaminando le armi del padre si accorse che due archibugi erano stati caricati e quasi tutte le spade e i pugnali maneggiati! La sola cosa che la distraeva dalla sua mortale inquietudine era l'estrema attenzione con cui badava a non lasciar vedere dagli altri il proprio stato d'animo. Ritirandosi alle dieci della sera, chiuse a chiave la porta della sua stanza da letto che dava sull'anticamera della madre: poi, seduta sul pavimento in modo che non la vedessero dall'esterno, non si mosse più dalla finestra. Si pensi all'ansia con cui sentì suonare le ore: non era più questione dei rimproveri che si faceva per essersi affezionata così presto a Giulio e mettersi quindi al rischio di apparire meno degna d'amore agli occhi di lui. Nel cuore di Elena il giovane prese più posto in quel giorno di quel che avrebbe fatto dopo sei mesi di costanza e di proteste. "Perché mentire? - si diceva la giovinetta: - o che forse non l'amo con tutte le forze dell'anima mia?".
Alle undici e mezzo vide benissimo suo padre e suo fratello porsi in agguato sotto il balcone di pietra sopra il quale c'era la sua finestra. Due minuti dopo che la mezzanotte era suonata al convento dei Cappuccini, sentì il passo del suo amante, che si fermò sotto la gran quercia. Notò con gioia che suo padre e suo fratello sembravano non essersi accorti di nulla: per cogliere un così lieve rumore ci voleva l'ansietà della passione.
"Ora, - si disse, - verranno ad uccidermi, ma bisogna impedire ad ogni costo che scoprano la lettera di questa sera, altrimenti non cesserebbero di perseguitare il povero Giulio". Si fece il segno della croce e, afferrandosi con una mano alla ringhiera di ferro si penzolò dalla finestra il più che poteva. Non era passato un quarto di minuto che il mazzo di fiori attaccato come al solito alla canna le venne ad urtare il braccio. Lo afferrò; ma nell'atto di strapparlo alla canna a cui era attaccato fece urtare questa contro il balcone di pietra. Istantaneamente partirono due colpi d'archibugio a cui seguì un gran silenzio. Suo fratello Fabio, non vedendo bene nel buio se l'oggetto che urtava contro il balcone non fosse per caso una fune per mezzo della quale Giulio si calasse dalla camera della sorella, aveva sparato sulla ringhiera. Il giorno dopo Elena trovò il segno della palla che si era schiacciata contro il ferro. Il signor di Campireali aveva sparato in strada, sotto il balcone di pietra, perché Giulio aveva fatto un po' di rumore nel trattenere la canna che stava per cadere. Giulio, da parte sua, sentendo rumore sul suo capo, aveva indovinato quel che stava per accadere e s'era messo al riparo sotto la sporgenza del balcone.
Fabio ricaricò in fretta l'archibugio e corse, qualsiasi cosa il padre potesse dirgli, nel giardino della casa, aprì piano una porticina che dava su una via laterale e camminando con cautela si mise a spiare chi si trovasse sotto il balcone del palazzo. Giulio, che quella sera era ben accompagnato, stava in quel momento a venti passi da lui, appoggiato a un albero. Elena, china alla ringhiera e inquieta per il suo amante, a voce molto alta rivolse la parola al fratello di cui aveva avvertito la presenza in strada: gli chiese se aveva ucciso qualche ladro.
- Non crediate che la vostra perfida astuzia mi abbia ingannato! - le gridò Fabio, e misurava coi passi la strada in tutti i sensi. - Ora è il momento di piangere, perché ammazzerò quell'insolente che ce l'ha con la vostra finestra.
Non aveva ancora finito di pronunciare queste parole che Elena sentì sua madre picchiare alla porta della camera. S'affrettò ad aprire, dicendo di non riuscire a capire come mai la porta fosse chiusa.
- Non fingere con me, amor mio, - le disse la madre; - tuo padre è furibondo e forse t'ucciderà; vieni con me nel mio letto, e se hai una lettera, dammela, la nasconderò.
- Ecco il mazzo di fiori, - rispose Elena, - la lettera è nascosta tra i fiori.
La madre e la figlia erano appena a letto che il signor di Campireali rientrò nella camera della moglie: ritornava dalla cappella di casa dove s'era messo a cercare e vi aveva messo tutto sottosopra. Elena fu impressionata soprattutto dalla lentezza che suo padre, pallido come uno spettro, metteva in ogni gesto, come chi sa perfettamente quel che deve fare. "Sono morta!", si disse Elena.
- Noi ci rallegriamo d'avere dei figli, - disse suo padre passando accanto al letto della moglie per andare in camera della figlia, e dovremmo invece piangere lacrime di sangue quando questi figli sono femmine. Gran Dio! è mai possibile? La loro leggerezza può disonorare uno che in sessant'anni non ha dato adito alla minima diceria.
Nel dire queste parole entrò nella camera della figlia.
- Sono perduta, - disse Elena alla madre, - le lettere sono sotto il piedistallo del crocifisso, vicino alla finestra.
La madre balzò dal letto e corse dietro a suo marito: si mise a esporgli le peggiori ragioni che potesse trovare per farlo andare in bestia, e ci riuscì. Il vecchio diventò furioso, si mise a fracassare quanto trovava nella stanza della figlia, e intanto la madre poté portar via le lettere senza che l'uomo se ne accorgesse. Dopo un'ora, quando il signor di Campireali si fu ritirato nella sua camera, attigua a quella della moglie, e nella casa ritornò la calma, la madre disse ad Elena:
- Ecco le lettere: non voglio leggerle: pensa a che rischio ci han messo! Fossi te, le brucerei! Abbracciami, e vattene.
Elena si ritirò nella sua camera e scoppiò in lacrime: dopo quelle parole di sua madre le pareva di non amar più Giulio. Si accinse a bruciar le lettere; ma prima di distruggerle non poté fare a meno di leggerle ancora una volta. E tanto le lesse e le rilesse che il sole era già alto all'orizzonte quando si decise finalmente a seguire il prudente consiglio che le era stato dato. Il giorno dopo era domenica, ed Elena s'incamminò con la madre verso la parrocchia. La prima persona che vide in chiesa fu Giulio Branciforte. Con un'occhiata poté accertarsi che non era ferito. Si sentì felice: quanto era accaduto nella notte era a mille leghe dalla sua memoria. Aveva preparato cinque o sei bigliettini scritti su pezzetti di carta ingiallita e li aveva imbrattati di mota perché sembrassero di quelle cartacce che qualche volta si trovano sul pavimento delle chiese. Codesti bigliettini contenevano tutti lo stesso avvertimento.
"Avevano scoperto tutto, salvo il suo nome. Non si faccia più vedere per strada. Ci si vedrà qui, spesso".
Elena lasciò cadere uno di quei pezzetti di carta, e con un'occhiata avvertì Giulio che lo raccattò e scomparve. Nel ritornare a casa un'ora dopo, trovò sulla grande scala del palazzo un frammento di carta che le diede nell'occhio perché era in tutto e per tutto simile a quelli di cui s'era servita al mattino. Se ne impadronì, senza che nemmeno la madre s'accorgesse di nulla, e lesse:
"Fra tre giorni lui ritornerà da Roma dove è costretto ad andare. In pieno giorno, verso le dieci, quando ci sarà mercato, si sentirà un canto in mezzo al frastuono dei contadini".
La partenza per Roma parve strana a Elena. "Teme forse i colpi d'archibugio di mio fratello?", si chiedeva tristemente. L'amore perdona tutto, salvo l'assenza volontaria: questa è il peggiore dei supplizi. Invece di cullarsi in una dolce fantasticheria e di star lì a pesare una per una le ragioni che si hanno d'essere innamorata, dubbi crudeli tormentano il cuore. "Ma, dopo tutto, posso credere che non m'ami più?", si diceva Elena durante le tre lunghe giornate dell'assenza del Branciforte. Tutto ad un tratto una folle gioia dissipò le sue pene: al terzo giorno lo vide in pieno mezzogiorno che passeggiava davanti al palazzo di suo padre. Aveva un vestito nuovo, quasi lussuoso. Mai la nobiltà della sua andatura, la coraggiosa e allegra ingenuità della sua fisionomia si erano manifestate così a pieno; e mai, prima di quel giorno, si era parlato così spesso in Albano della povertà di Giulio. Questa parola crudele era ripetuta dagli uomini e soprattutto dai giovanotti; ma le donne e soprattutto le ragazze non finivano di magnificare il suo aspetto.
Giulio in tutta la giornata non fece altro che andare in su e in giù per la città: gli pareva di ripagarsi i mesi di reclusione a cui l'aveva costretto la sua povertà. Come conviene ad un innamorato, era armato di tutto punto sotto la sua tunica nuova. Oltre la daga e il pugnale, aveva indossato un "giaco" (specie di lungo panciotto di maglia di ferro, molto fastidioso a portare, ma molto buono per guarire i cuori italiani da una triste malattia di cui in quel secolo si provavano quasi di continuo gli accessi crudeli, vale a dire dalla paura di essere ucciso al lato della strada da qualcuno dei propri nemici). Giulio sperava in quel giorno d'intravedere Elena, e d'altronde gli ripugnava di trovarsi solo con se stesso nella sua solitaria camera; ed ecco perché: Ranuccio, un vecchio soldato di suo padre, dopo aver fatto con lui dieci campagne nelle compagnie di ventura di diversi "condottieri", e da ultimo in quelle di Marco Sciarra, aveva seguito il proprio capitano quando questi per le sue ferite era stato costretto a ritirarsi. Il capitano Branciforte aveva le sue ragioni di non voler vivere a Roma: si sarebbe messo a rischio d'incontrare i figli di persone uccise da lui: anche in Albano stava attento a non darsi del tutto in balia della legittima autorità. Invece di comperare o affittare una casa in città, preferì costruirne una in un luogo da dove potesse scorgere di lontano chi venisse a fargli visita. Trovò un posto magnifico nelle
rovine di Alba: da lì, senza esser visto dai visitatori indiscreti, poteva rifugiarsi nella foresta dove spadroneggiava il suo antico patrono e amico il principe
Fabrizio Colonna. Il capitano Branciforte s'infischiava del tutto dell'avvenire di suo figlio. Quando lasciò il servizio, non più che cinquantenne, ma carico di ferite, calcolò che gli restavano più o meno una decina d'anni di vita, e una volta che ebbe costruito la sua casa, spese ogni anno la decima parte di quanto aveva accumulato nei gloriosi saccheggi di città e villaggi a cui aveva partecipato.
Egli comperò quella vigna che rendeva trenta scudi l'anno a suo figlio per rispondere allo scherzo sgarbato di un borghese di Albano, il quale gli aveva detto, un giorno che discutevano animatamente sugli interessi e l'onere della città, che toccava a un ricco proprietario come lui dar consigli agli "anziani" di Albano. Il capitano comperò la vigna e annunciò che ne avrebbe comperate molte altre; poi, un giorno che incontrò in un luogo solitario il sarcastico borghese, lo freddò con una pistolettata.
Dopo otto anni di questa vita il capitano morì. Il suo aiutante di campo
Ranuccio adorava Giulio; tuttavia, stanco di stare in ozio, riprese servizio nella compagnia del principe Colonna. Veniva spesso a vedere quello che egli chiamava "il suo figliolo Giulio", e una volta, alla vigilia d'un pericoloso assalto che il principe doveva sostenere nella sua rocca della Petrella, lo aveva condotto con sé a combattere. Vedendolo molto coraggioso, gli aveva detto:
- Bisogna che tu sia pazzo e per di più molto sciocco per vivere così nei dintorni di Albano come l'ultimo e il più povero abitante di quel paese, mentre con la bravura che vedo in te e col nome di tuo padre potresti essere un magnifico soldato di ventura e fare fortuna.
A Giulio quelle parole misero il diavolo in corpo. Egli sapeva il latino, che gli era stato insegnato da un prete; ma poiché suo padre s'era sempre burlato di tutto ciò che il prete diceva oltre il latino, non aveva ricevuto la minima istruzione. In compenso, disprezzato com'era per la sua povertà e isolato nella sua casa remota, gli si era sviluppato un buon senso che per la sua audacia avrebbe riempito di stupore i dotti. Per esempio, prima di innamorarsi di Elena, e senza sapere il perché, adorava la guerra, ma gli ripugnava il saccheggio che agli occhi del capitano suo padre e di Ranuccio, era come la commediola da ridere che viene dopo la tragedia. Da quando amava Elena, il buon senso che le riflessioni solitarie avevano sviluppato in lui faceva il supplizio di Giulio. Quell'anima, così indifferente, non osava consultare nessuno intorno ai propri dubbi, ed era tutta passione e dolore. Che cosa direbbe il signor di Campireali se sapesse ch'era un soldato di ventura? Certo i suoi rimproveri avrebbero un giusto fondamento. Giulio aveva sempre contato sul mestiere di soldato, come su un mezzo sicuro per il tempo in cui avesse speso il danaro che poteva ricavare dalle collane d'oro e dagli altri gioielli ritrovati nella cassetta di ferro di suo padre. Se egli non aveva scrupolo a rapire, lui così povero, la figliola del ricco signor di Campireali, era che in questo tempo i genitori lasciavano i propri beni a chi gli piacesse, e il signor di Campireali era padrone di assegnare alla propria figliola un'eredità di mille scudi soltanto. Su un altro problema si affaticava l'immaginazione di Giulio: primo, in quale città andare a vivere con Elena dopo averla sposata e rapita a suo padre? secondo, con quale danaro le avrebbe procurato da vivere?
Quando il signor di Campireali gli ebbe fatto il rimprovero sanguinoso che lo aveva fatto soffrire tanto, Giulio passò due giorni in preda alla rabbia e al dolore più vivo: non poteva risolversi né ad uccidere il vecchio insolente, né a lasciarlo vivere. La notte non faceva altro che piangere. Finalmente decise di consultare Ranuccio, il solo amico ch'egli avesse in questo mondo; ma l'amico l'avrebbe compreso? Cercò invano Ranuccio in tutta la foresta della Faiola: fu costretto a spingersi sulla strada di Napoli, oltre Velletri, dove Ranuccio capeggiava un'imboscata: aspettavano là, lui e la sua numerosa banda, il generale spagnolo Ruiz d'Avalos, che si recava a Roma per via di terra, immemore che di recente egli aveva parlato con disprezzo, davanti a molte persone, dei soldati di ventura della compagnia Colonna.
Poiché il suo cappellano gli ricordò molto a proposito di questo fatto di poca importanza, Ruiz d'Avalos decise di far armare un bastimento e di venire a Roma per mare.
Non appena il capitano Ranuccio ebbe sentito il racconto di Giulio:
- Descrivimi con precisione, - gli disse, - l'aspetto di codesto signor di Campireali, perché la sua imprudenza non costi la vita a qualche bravo abitante di Albano. Appena avremo sbrigato con un sì o con un no la faccenda che ci trattiene qui, tu te ne andrai a Roma e ti farai vedere a qualunque ora del giorno negli alberghi e in altri pubblici locali: bisogna che nessuno sospetti di te per via dell'amore che porti alla sua figliola.
Giulio durò fatica a sedare la collera dell'antico compagno di suo padre e finì con l'offendersi.
- Credi tu, - gli disse finalmente, - che io voglia ricorrere alla tua spada? Non ho una spada anch'io? Sono venuto da te per un buon consiglio.
Ranuccio concludeva ogni suo discorso con queste parole:
- Tu sei giovane, non sei ferito, e l'insulto è stato pubblico; orbene, un uomo senza onore è disprezzato dalle donne.
Giulio gli rispose che voleva ancora riflettere sui propri sentimenti, e per quanto Ranuccio cercasse di trattenerlo e di convincerlo che prendendo parte all'attacco contro la scorta del capitano spagnolo si sarebbe fatto onore e avrebbe per giunta guadagnato dei bravi doppioni d'oro, se ne ritornò solo alla sua casetta. Fu là che ricevette Ranuccio e il suo caporale, di ritorno dal Velletrano, proprio il giorno prima che il signor di Campireali gli tirasse un colpo d'archibugio. Ranuccio volle vedere per forza la cassetta di ferro in cui il suo padrone, il capitano Branciforte, chiudeva un tempo le catene d'oro e gli altri gioielli che non riteneva opportuno di spendere subito dopo una spedizione. Ci trovò in tutto due scudi.
- Ti consiglio di andare a farti frate, - disse a Giulio, - hai tutte le virtù che ci vogliono, cominciando dalla povertà, e qui ce n'è la prova: che hai l'umiltà si prova dal fatto che ti sei lasciato insultare sulla pubblica strada da un riccone di Albano: ti mancano soltanto l'ipocrisia e l'ingordigia.
Ranuccio mise per forza cinquanta doppioni d'oro nella cassetta di ferro.
- Ti do la mia parola, - disse a Giulio, - che se di qui a un mese il signor di Campireali non è sotterrato con tutti gli onori dovuti alla sua nobiltà e alla sua ricchezza, il mio caporale qui presente verrà qui con trenta uomini a demolire la tua casetta e a dar fuoco alla tua povera mobilia. Il figlio del capitano Branciforte non deve fare una brutta figura così con la scusa che è innamorato.
Quando il signor di Campireali e suo figlio tirarono i due colpi di archibugio, Ranuccio e il caporale s'erano appostati sotto il balcone di pietra, e ci volle del bello e del buono perché Giulio impedisse loro di uccidere Fabio, o almeno di rapirlo, quando questi, come abbiamo già detto, fece quell'imprudente sortita dalla parte del giardino. Ranuccio si lasciò persuadere da questo ragionamento: non bisogna uccidere un giovanotto che domani può diventare qualcuno ed essere utile, mentre c'è il vecchio peccatore che è più colpevole di lui e che non ha da fare altro che andare sotto terra.
Il giorno dopo Ranuccio sparì nella foresta e Giulio partì per Roma. La gioia che provò nel comperare dei bei vestiti nuovi coi doppioni datigli da Ranuccio era crudelmente turbata da questa idea davvero straordinaria in quel secolo e che annunziava l'alto destino che gli era riservato. Si diceva: "Bisogna che l'Elena sappia chi sono". Ogni altro uomo dell'età sua e di quel secolo avrebbe pensato soltanto a godere del suo amore e a rapire Elena senza curarsi né di ciò che ella sarebbe divenuta dopo sei mesi né dell'opinione che la giovane si sarebbe fatta di lui.
Ritornato ad Albano, proprio nel pomeriggio che si pavoneggiava davanti a tutti nel bel vestito portato da Roma, seppe dal vecchio Scotti, suo amico, che Fabio era uscito a cavallo dalla città per recarsi in una terra che suo padre aveva comprato a tre leghe di là, in riva al mare. Vide poi il signor di Campireali che in compagnia di due preti si avviava verso quel magnifico viale di lecci che incorona l'orlo del cratere nel cui fondo è il lago di Albano. Non erano passati dieci minuti che una vecchia s'introduceva arditamente nel palazzo Campireali col pretesto di vendere della bella frutta: la prima persona nella quale si imbatté fu la piccola camerista Marietta, confidente intima di Elena, che arrossì fino al bianco degli occhi nel ricevere un bel mazzo di fiori. C'era nascosta una lettera che non finiva più; Giulio raccontava tutto quello che aveva provato a partire dalla notte dei colpi d'archibugio; ma per uno strano senso di vergogna non osava confessare ciò di cui sarebbe stato orgoglioso ogni altro giovane di quel tempo, cioè ch'egli era figlio di un capitano famoso per le sue avventure e che anche lui si era distinto per il suo coraggio in più di un combattimento. Il fatto è che pensava sempre alle riflessioni che quei fatti avrebbero ispirato al vecchio Campireali. Bisogna sapere che nel secolo quindicesimo le giovinette, più vicine al buon senso repubblicano, stimavano molto di più un uomo per ciò che aveva fatto lui stesso che non per le ricchezze accumulate dai suoi padri o per le famigerate imprese di costoro. Ma questi erano soprattutto i sentimenti delle giovani popolane. Le ragazze appartenenti a famiglie ricche o nobili avevano paura dei briganti e avevano in molta stima, com'è naturale, la nobiltà e la ricchezza. La lettera di Giulio terminava con queste parole: "Io non so se i vestiti decenti che ho portato da Roma vi hanno fatto dimenticare l'ingiuria crudele che una persona da voi rispettata mi ha fatto recentemente per via del mio miserevole aspetto; avrei potuto vendicarmi, anzi avrei dovuto, ché l'onore mio lo esigeva: non l'ho fatto pensando alle lacrime che la mia vendetta avrebbe fatto spargere agli occhi che adoro. Questo vi provi, se mai per mia sventura ancora ne dubitiate, che si può esser poverissimo e avere nobili sentimenti. Devo del resto rivelarvi un segreto tremendo: non proverei la minima pena nel dirlo a qualunque altra donna; ma tremo, non so perché, al pensiero di dirlo a voi. L'amore che voi sentite per me potrebbe essere distrutto in un solo istante: nessuna protesta da parte vostra potrebbe soddisfarmi. Voglio vedere nei vostri occhi quale effetto avrà questa confessione. Uno di questi giorni, al cadere della notte, vi vedrò nel giardino che è dietro il vostro palazzo. In quel giorno Fabio e vostro padre saranno assenti: quando avrò acquistato la certezza che con tutto il loro disprezzo per un povero giovane mal vestito essi non potranno toglierci tre quarti d'ora o un'ora di conversazione, si vedrà sotto il vostro palazzo un uomo che mostrerà ai ragazzi del paese una volpe addomesticata. Più tardi, quando suonerà l'"Ave Maria", sentirete in lontananza un colpo d'archibugio: avvicinatevi allora al muro del giardino e, se non siete sola, mettetevi a cantare. Se non si sentirà nulla, il vostro schiavo vi si getterà ai piedi tutto tremante e vi dirà cose che forse vi faranno fremere d'orrore. In attesa di quel giorno decisivo e tremendo per me, non mi arrischierò più ad offrirvi dei mazzi di fiori a mezzanotte, ma verso le due di notte passerò cantando, e chi sa che voi, nascosta nel gran balcone di pietra, non lasciate cadere un fiore colto da voi stessa nel vostro giardino. Sarà forse l'ultimo segno d'affetto che voi darete allo sventurato Giulio".
Tre giorni dopo il padre e il fratello di Elena si recarono a cavallo in quel loro possedimento sulla riva del mare: dovevano ripartire prima del tramonto per essere di ritorno a casa verso le due di notte. Ma al momento di mettersi in cammino non soltanto i loro cavalli , ma tutti quelli della fattoria erano scomparsi. Molto meravigliati per un furto così audace, si misero in cerca dei cavalli; ma questi non furono ritrovati che il giorno dopo nella foresta d'alto fusto che si trova lungo il mare. I due Campireali, padre e figlio, furono costretti a ritornare ad Albano con una vettura campestre trainata da buoi. Quella sera, quando Giulio si gettò alle ginocchia di Elena, non ci si vedeva quasi più, e la povera fanciulla fu felice di quel buio: per la prima volta si trovava alla presenza dell'uomo che ella amava teneramente, che lo sapeva benissimo, ma a cui non aveva mai rivolto la parola.
S'accorse che Giulio era più pallido e tremante di lei, e questo le rese un po' di coraggio. Lo vedeva ai suoi ginocchi. - Davvero, - egli disse, - non ho la forza di parlare -. Fu certo un momento di beatitudine: si guardarono l'un l'altra, ma senza poter articolare una parola, immobili come un patetico gruppo di marmo. Giulio, inginocchiato, teneva nelle sue una mano di Elena, e questa, a capo chino, lo fissava attentamente.
Giulio sapeva bene quello che gli avevano detto certi suoi amici di Roma, giovanotti libertini; che in momenti simili si deve tentare qualche cosa; ma ebbe orrore di quell'idea. Un'altra idea venne invece a destarlo da quello stato d'estasi, che era forse la felicità più viva che l'amore possa dare, e l'idea era questa: il tempo vola via rapidamente; i Campireali si avvicinano al palazzo. Si rese conto che con un'anima scrupolosa come la sua non avrebbe raggiunto una felicità duratura finché non avesse fatto alla sua amante quella tremenda confessione che i suoi amici di Roma avrebbero giudicato una solenne sciocchezza.
- Vi ho parlato d'una confessione che forse non dovrei farvi, - disse ad Elena.
Diventò pallidissimo e riprese a fatica, come se gli mancasse il respiro.
- Forse vedrò scomparire codesti sentimenti nella cui speranza è tutta la mia vita. Voi mi credete povero; ma questo non è tutto: SONO BRIGANTE E FIGLIO DI BRIGANTE.
Elena, figlia d'un uomo ricco e che aveva tutte le paure della sua casta, a queste parole si sentì mancare: le parve di cadere. "Quale angoscia, - pensava, - ne avrebbe il povero Giulio! Si crederebbe disprezzato". Egli le stava inginocchiato dinanzi. Si appoggiò a lui per non cadere e poco dopo si abbandonò senza conoscenza tra le sue braccia.
Come si vede, nel secolo sedicesimo le storie d'amore si raccontano con precisione. Il fatto è che l'ingegno non si esercitava su codeste storie per giudicarle, ma l'immaginazione le sentiva, e la passione del lettore s'identificava con quella dei personaggi. I due manoscritti che noi seguiamo, e segnatamente quello che presenta alcuni giri di frase propri del parlar fiorentino, narrano fin nei minimi particolari la storia di tutti gli appuntamenti che tennero dietro a questo primo. Il pericolo annullava i rimorsi della fanciulla. Spesso i rischi furono estremi; ma quei due cuori, in cui era gioia ogni sensazione che venisse dal loro affetto, ne traevano un ardore anche più grande. Parecchie volte furono sul punto di essere sorpresi da Fabio e dal padre. Questi erano furibondi, credendosi sfidati: sapevano dalla voce pubblica che Giulio era l'amante di Elena e tuttavia non potevano scoprire nulla. Fabio, giovane impetuoso e orgoglioso della propria nascita, propose al padre di far ammazzare Giulio. - Fino a quando che rimarrà in questo mondo, - gli diceva, - la vita di mia sorella corre il più gran pericolo. Chi ci dice che uno di questi giorni il nostro amore non ci costringerà a bagnare le mani nel sangue di questa caparbia? E' arrivata a tal punto di audacia che non nega più il suo amore: voi stesso l'avete vista rispondere ai vostri rimproveri con un cupo silenzio: ebbene, quel silenzio è la condanna a morte di Giulio Branciforte.
- Voi sapete chi è stato suo padre, - rispondeva il signor di Campireali, - certo, non ci sarebbe difficile andare a passare sei mesi a Roma, e intanto questo Branciforte scomparirebbe. Ma chi ci dice che suo padre, il quale fu coraggioso e generoso nonostante tutti i suoi delitti, generoso a tal segno da arricchire parecchi dei suoi soldati e rimanere povero, chi ci dice che suo padre non abbia ancora amici sia nella compagnia di Monte Mariano sia nella compagnia Colonna che occupa spesso i boschi della Faiola a mezza lega da casa nostra? In tal caso siamo tutti ammazzati, voi, io e forse anche la vostra sventurata madre.
Questi discorsi del padre e del figlio rimanevano nascosti solo in parte a Vittoria Carafa, madre di Elena, e le davano una grande inquietudine. Il risultato delle discussioni tra Fabio e il padre fu la persuasione in tutti e due che era un disonore per loro il tollerare pacificamente la continuazione delle voci che correvano per Albano. Poiché non era prudente fare scomparire quel giovane Branciforte che si mostrava ogni giorno più insolente e che ora, magnificamente vestito, si arrogava il diritto di rivolgere la parola in pubblico sia a Fabio sia allo stesso signor di Campireali, bisognava risolversi a scegliere uno di questi due partiti o forse adottarli tutti e due: ritornare tutti a vivere a Roma e rimandare Elena nel convento della Visitazione a Castro, dove sarebbe rimasta finché si fosse trovato da accasarla convenientemente.
Elena non aveva mai confessato il suo amore alla madre: madre e figlia si amavano teneramente, passavano insieme le loro giornate, eppure non s'erano dette una sola parola su quell'argomento che stava a cuore a tutti e due quasi con la stessa intensità. La comune inquietudine si rivelò per la prima volta nei loro discorsi quando la madre informò la figliola che si parlava di andar tutti a stabilirsi a Roma e forse di rimandare lei per qualche anno al convento di Castro.
Da parte di Vittoria Carafa quella conversazione era un'imprudenza che si può scusare soltanto con la grande tenerezza che sentiva per la figliola. Elena, pazza d'amore, volle provare all'amante che non si vergognava punto della sua povertà e che aveva una fiducia illimitata nel suo onore. "Chi lo crederebbe? - esclama lo scrittore fiorentino. - Dopo tanti convegni, nel giardino paterno e, una volta o due, persino in camera, a rischio d'incorrere in una morte orrenda, Elena era pura!
Forte della propria virtù, propose all'amante di uscire verso mezzanotte dal palazzo, passando dal giardino, e di trascorrere il resto della notte nella casupola costruita sulle rovine di Alba, vale a dire alla distanza di un quarto di lega e più. Si mascherarono da frati francescani. Elena aveva una statura slanciata e vestita a quel modo sembrava un novizio di diciotto o vent'anni. Ciò che non si crederebbe, e che attesta la presenza del dito di Dio, è che nello stretto sentiero scavato nella roccia (quella ancora che si vede lungo il muro del
convento dei Cappuccini) Giulio e la sua amante incontrarono il signor di Campireali e suo figlio Fabio mentre ritornavano da
Castelgandolfo, borgo situato sulle rive del lago, a poca distanza da Albano, con la scorta di quattro domestici bene armati e preceduti dal paggio che portava una torcia accesa.
Per lasciar passare i due amanti, i Campireali e i loro domestici si collocarono a destra e a sinistra di quel sentiero scavato nella roccia e che non è più largo di quattro piedi. Fortunata Elena, se l'avessero riconosciuta in quel momento! Sarebbe stata uccisa da una pistolettata del padre o del fratello e il suo supplizio non sarebbe durato che un istante; ma il Cielo aveva decretato altrimenti (superis aliter visum)".
A proposito di questo memorando incontro va notata un'altra circostanza che la signora di Campireali, giunta all'estrema vecchiaia e quasi centenaria, raccontava ancora, talvolta, dinanzi a gravi personaggi, i quali, molto vecchi anche loro, me l'hanno riferita quando la mia insaziabile curiosità li interrogò su quell'argomento e su molti altri.
Fabio di Campireali, che era un giovane orgoglioso del proprio coraggio e pieno di albagia, osservando che il più vecchio dei due frati non salutava né suo padre né lui, nel passare accanto esclamò:
- Guardate che frataccio superbo! Dio sa che cosa vanno a fare fuori dal convento, lui e il suo compagno, a quest'ora indebita! Non so chi mi trattiene dal tirar giù questi loro cappucci: così vedremmo che facce hanno.
A queste parole Giulio afferrò la daga che portava sotto la tonaca fratesca e s'interpose tra Fabio ed Elena. Tra lui e Fabio non c'era che un passo in quel momento; ma il Cielo dispose altrimenti e con un miracolo acquietò il furore di quei due giovani, che dovevano ben presto trovarsi di fronte.
Nel processo che fu intentato più tardi contro Elena di Campireali si pretese che quella passeggiata notturna era una prova di corruzione. Era bensì il desiderio di un giovane cuore infiammato da una folle passione, ma quel cuore era puro.
CAPITOLO 3
Occorre sapere che gli
Orsini, eterni rivali dei
Colonna e onnipotenti allora nei villaggi più vicini a Roma, avevan fatto condannare a morte poco prima, dai tribunali del governo, un ricco coltivatore chiamato Baldassarre Bandini, nativo della Petrella. Sarebbe troppo lungo riferire le differenti azioni che venivano attribuite al Bandini: la maggior parte di esse oggi verrebbero qualificate delitti, ma nel 1559 non potevano essere giudicate così severamente. Il Bandini era prigioniero in un castello di proprietà degli Orsini, situato in montagna, dalle parti di Valmontone, a sei leghe da Albano. Il bargello di Roma, con una scorta di centocinquanta sbirri, passò una notte sulla strada maestra per catturare il Bandini e condurlo a Roma nelle carceri di Tordinona. Il Bandini, dopo la sentenza capitale, era ricorso in appello a Roma. Ma poiché, come già abbiamo detto, era nativo della Petrella e questa fortezza appartiene ai Colonna, sua moglie disse in pubblico a Fabrizio Colonna che si trovava alla Petrella:
- Lascerete giustiziare uno dei vostri fedeli servitori? -
Il Colonna rispose:
- A Dio non piaccia che io manchi mai di rispetto alle sentenze emesse dai tribunali del Papa mio signore.
Immediatamente furono dati ordini ai suoi soldati e i suoi partigiani ricevettero avviso di tenersi pronti. L'appuntamento era nei dintorni di Valmontone, cittaduzza costruita sul cocuzzolo di una roccia non molto alta, ma a cui serve di baluardo un precipizio molto esteso, a picco, alto tra i sessanta e gli ottanta piedi. I partigiani degli
Orsini e gli sbirri del governo erano riusciti a trasportare il Bandini in questa città dipendente dal Papa. Tra i più zelanti partigiani dell'autorità c'erano il signor di Campireali e suo figlio Fabio, i quali del resto erano imparentati con gli Orsini. Giulio Branciforte e suo padre, invece, erano da lungo tempo fedeli ai Colonna, come già s'è detto.
Date le circostanze, ai Colonna non conveniva agire apertamente e avevano perciò adottato una precauzione molto semplice. La maggior parte dei contadini romani, allora come oggi, facevano parte di qualche confraternita di penitenti, i quali non si mostravano mai in pubblico se non col capo coperto da un cappuccio di tela che non lascia vedere la faccia e ha due buchi davanti agli occhi. Quando i Colonna non volevano capeggiare apertamente un'impresa, invitavano i loro partigiani a raggiungerli in cappa di penitenti.
Dopo lunghi preparativi, fu fissato per una domenica il trasferimento del Bandini, di cui si parlava in paese da quindici giorni. Fin dalle due del mattino il governatore di Valmontone aveva fatto suonare le campane a stormo in tutti i villaggi della foresta della Faiola. (I costumi repubblicani del Medioevo, quando la gente si batteva per ottenere quel che le stava a cuore, avevano temprato l'animo di quei contadini che erano ancora molto valorosi: al giorno d'oggi nessuno muoverebbe un dito).
Quella domenica si poteva osservare qualcosa di molto strano: via via che il gruppetto di contadini uscito con le armi da ogni villaggio entrava nella foresta, ecco che diminuiva della metà: i partigiani dei
Colonna si dirigevano verso il luogo dell'appuntamento fissato da Fabrizio. I loro capi sembravano convinti che non ci sarebbe stata battaglia: al mattino essi avevano ricevuto l'ordine di diffondere quella voce. Fabrizio percorreva la foresta coi suoi migliori partigiani, ai quali aveva dato dei giovani cavalli mezzo selvaggi del suo allevamento. Egli passava in rassegna, per così dire, le diverse bande di contadini, ma per non compromettersi non diceva loro una parola.
Fabrizio era un uomo alto e magro, incredibilmente agile e forte: benché avesse soltanto quarantacinque anni, aveva bianchissimi i baffi e la barba, e questo lo infastidiva molto, perché era un contrassegno che non gli permetteva di passare in incognito dove sarebbe stato opportuno. Man mano che i contadini lo vedevano, si mettevano a gridare: "Viva Colonna!", e infilavano i cappucci di tela. Il principe stesso portava appeso al petto il cappuccio in modo da metterselo in capo appena il nemico si fosse mostrato.
Il sole spuntava appena sull'orizzonte quando un migliaio di uomini più o meno, appartenenti alla fazione degli Orsini e provenienti da Valmontone, entrarono nella foresta e passarono a circa trecento passi dai partigiani di Fabrizio Colonna, ai quali egli aveva ordinato di coricarsi a terra bocconi. Pochi minuti dopo che l'avanguardia degli Orsini fu sfilata, il principe diede ai suoi uomini l'ordine di marciare: aveva deciso di attaccare la scorta del Bandini un quarto d'ora dopo che fosse entrata nel bosco. In quel punto la foresta è tutta sparsa di piccole rocce alte quindici o venti piedi: sono delle colate di lava più o meno antiche su cui i castagni vengono su magnificamente e intercettano quasi del tutto la luce. Poiché quelle colate, più o meno consumate dal tempo, rendono il terreno molto ineguale, la strada maestra è stata scavata in alcuni punti nella lava stessa, per evitare una quantità di inutili discese e salite, e molto spesso il piano stradale è a tre o quattro piedi al di sotto di quello della foresta.
Vicino al luogo che Fabrizio aveva designato per l'attacco c'era una radura erbosa; attraversata in uno dei suoi lati dalla strada maestra, rientrava poi nella foresta che in quel punto era piena di rovi e di cespugli fra i tronchi degli alberi e perciò del tutto impraticabile. Fabrizio aveva fatto schierare i suoi fanti a cento passi dalla foresta, dalle due parti della strada. A un segno dato dal principe ogni contadino infilò il cappuccio e si appostò con l'archibugio dietro un castagno: i soldati del principe si misero dietro agli alberi più vicini alla strada. I contadini avevano l'ordine di tirare solo dopo i soldati e questi non dovevano far fuoco che quando il nemico fosse a venti passi. Fabrizio fece abbattere in fretta una ventina di alberi, che precipitando con i loro rami sulla strada, abbastanza stretta in quel punto e sprofondata tre piedi al di sotto, la ostruirono in pieno. Il capitano Ranuccio seguì l'avanguardia con cinquecento uomini; aveva l'ordine di attaccarla solo quando avesse sentito i primi colpi d'archibugio tirati dagli alberi che erano stati abbattuti per ostruire la strada.
Quando Fabrizio Colonna vide i suoi soldati e i suoi partigiani appostati ciascuno dietro un albero, ben risoluto ad agire, partì al galoppo coi suoi uomini a cavallo tra i quali si notava Giulio Branciforte. Il principe prese a destra della strada maestra un sentiero che lo conduceva al punto della radura più lontano dalla strada.
S'era allontanato soltanto di qualche minuto quando si vide venire da lontano, per la strada di Valmontone, una numerosa schiera di uomini a cavallo; erano gli sbirri e il bargello, che scortavano il prigioniero, e tutti i cavalieri degli Orsini. Baldassarre Bandini era in mezzo a loro, circondato da quattro carnefici vestiti di rosso: essi avevano l'ordine di eseguire la sentenza dei primi giudici e di giustiziare subito il Bandini se per avventura avessero visto i partigiani dei Colonna pronti a liberarlo.
La cavalleria di Fabrizio arrivava appena al lembo della radura o prateria più lontano dalla strada maestra, quando si sentirono i primi colpi d'archibugio dell'imboscata ch'egli aveva preparato dietro la barriera d'alberi abbattuti. Mise subito al galoppo la sua cavalleria e si gettò con quella sui quattro carnefici vestiti di rosso che circondavano il Bandini.
Noi non seguiremo tutta la narrazione di quest'avventura che non durò più di tre quarti d'ora. I partigiani degli Orsini, sorpresi, si sbandarono; ma all'avanguardia fu ucciso il valoroso capitano Ranuccio, e l'avvenimento ebbe una funesta influenza sul destino del Branciforte. Questi aveva appena dato qualche sciabolata, avvicinandosi pian piano agli uomini vestiti di rosso, quando si trovò di fronte a Fabio di Campireali.
Alto su un focoso cavallo e coperto d'un giaco dorato Fabio gridava:
- Chi sono quei miserabili mascherati? Togliamo loro la maschera con una sciabolata. Vedete come faccio io!
Quasi nello stesso istante Giulio Branciforte ebbe da lui una sciabolata orizzontale sulla fronte. Il colpo gli era stato vibrato con tanta destrezza che la tela da cui il viso era coperto cadde giù nello stesso tempo ch'egli sentiva gli occhi accecati dal sangue grondante dalla ferita, comunque non grave. Giulio trasse indietro il proprio cavallo per avere il tempo di respirare e di asciugarsi il viso. A nessun conto egli voleva battersi col fratello di Elena. Il suo cavallo era già a quattro passi da Fabio, quando ricevette in pieno petto una furiosa sciabolata che non lo ferì grazie al giaco, ma gli tolse per un momento il respiro. Quasi nello stesso tempo si sentì gridare all'orecchio:
- Ti conosco, porco! Canaglia, ti conosco. Così tu guadagni il danaro per sostituire i tuoi cenci.
Giulio, punto dall'ingiuria, dimenticò il suo primo proposito e affrontò di nuovo Fabio:
- Ed in mal punto tu venisti! - gridò.
Le rabbiose sciabolate che si scambiarono facevano cadere a brandelli le sopravvesti che ricoprivano le loro cotte di maglia. Quella di Fabio era dorata e magnifica, quella di Giulio semplicissima.
- In quale fogna hai raccattato il tuo "giaco"? - gli gridò Fabio.
In quel momento Giulio trovò l'occasione che da un mezzo minuto cercava: la splendida cotta di maglia di Fabio non era abbastanza stretta al collo, e Giulio lo colpì lì di punta. La spada penetrò circa un mezzo piede nella gola di Fabio e fece zampillare un enorme sbocco di sangue.
- Insolente! - esclamò Giulio.
Poi galoppò verso gli uomini vestiti di rosso, due dei quali erano ancora a cavallo, a cento passi da lui. Mentre si avvicinava a loro, il terzo cadde. Nel momento in cui Giulio arrivava vicino al quarto carnefice, questi, vedendosi circondato da più di dieci cavalieri, scaricò a bruciapelo una pistola sul viso della sventurato Baldassarre Bandini, che cadde a terra.
- Cari signori, qui non c'è più nulla da fare! - gridò il Branciforte. - Prendiamo a sciabolate la canaglia di sbirri che scappano da tutte le parti.
Tutti lo seguirono.
Circa mezz'ora più tardi, Giulio ritornò presso Fabrizio Colonna che gli rivolse per la prima volta la parola. Mentre credeva di trovarlo esultante per la vittoria che era totale e dovuta soltanto ai provvedimenti da lui stesso presi, Giulio vide che era furibondo; perché gli Orsini avevano circa tremila uomini e Fabrizio per quell'impresa non aveva potuto metterne insieme più di millecinquecento.
- Abbiamo perduto il vostro valoroso amico Ranuccio! - esclamò il principe rivolgendosi a Giulio.- E' già freddo: io stesso gli ho toccato or ora la fronte. Il povero Baldassarre Bandini è ferito a morte. Perciò, in conclusione, possiamo dire che ci è andata male. Ma l'ombra del valoroso capitano Ranuccio si presenterà a Plutone bene scortata. Ho dato ordine che tutta questa canaglia di prigionieri sia impiccata ai rami degli alberi. Badate bene a non disobbedirmi, signori! - disse alzando la voce.
E ripartì al galoppo per raggiungere il luogo dove si era svolto il combattimento d'avanguardia. Giulio era più o meno il comandante in seconda della compagnia di Ranuccio, e seguì il principe. Questi, arrivato presso il cadavere di quel valoroso soldato, che era steso a terra tra cinquanta cadaveri nemici, scese da cavallo una seconda volta per prendere la mano di Ranuccio. Giulio l'imitò piangendo.
- Tu sei molto giovane, - disse il principe a Giulio. - Ma vedo che sei coperto di sangue, e tuo padre fu un uomo valoroso. Assumi il comando di quel che resta della compagnia di Ranuccio, e fa trasportare il suo cadavere nella chiesa della Petrella. Bada che forse ti assaliranno per strada.
Giulio non fu assalito, ma un colpo di spada uccise uno dei suoi soldati che gli rinfacciava d'esser troppo giovane per comandare. Fu un'imprudenza, ma gli andò bene perché era ancora coperto del sangue di Fabio. Lungo tutta la strada trovava gli alberi carichi d'impiccati. Quest'orrendo spettacolo, e il pensiero della morte di Ranuccio e soprattutto di Fabio, gli toglievano quasi il senno. L'unica sua speranza era che s'ignorasse il nome del vincitore di Fabio.
Tre giorni dopo il combattimento, Giulio poté ritornare per qualche ora ad Albano. Raccontò ai suoi conoscenti ch'era stato colto a Roma da una febbre violenta e che per tutta la settimana era dovuto restare a letto.
Ma dappertutto veniva trattato con visibile rispetto: le persone più ragguardevoli della città lo salutavano per prime, e qualche imprudente arrivò perfino a chiamarlo "signor capitano". Egli era passato più volte davanti al palazzo Campireali, che era interamente chiuso, e poiché il nuovo capitano era molto timido quando si trattava di fare certe domande, soltanto verso la metà della giornata prese il coraggio a due mani per dire a un certo Scotti, un vecchio che l'aveva trattato sempre con bontà:
- Dove sono i Campireali? Vedo che il palazzo è chiuso.
- Caro mio, - gli rispose lo Scotti con un'improvvisa tristezza nella voce, - non pronunciate mai più quel nome. I vostri amici son persuasi che è stato lui ad affrontarvi, e lo diranno dappertutto; ma, insomma, era il principale ostacolo al vostro matrimonio; lascia una sorella immensamente ricca, innamorata di voi. Si può anche aggiungere, e in questo momento l'indiscrezione diventa virtù, che è innamorata al punto da venirvi a far visita di notte nella vostra casetta di Alba. Così si può dire, nel vostro interesse, che voi eravate marito e moglie prima del fatale combattimento dei Ciampi (era il nome che si dava in paese al combattimento che abbiamo descritto).
Il vecchio s'interruppe perché s'accorse che Giulio era scoppiato a piangere.
- Saliamo all'albergo - disse Giulio.
Scotti lo seguì. Diedero loro una camera in cui si chiusero a chiave, e Giulio domandò al vecchio il permesso di raccontargli quanto gli era accaduto in quegli otto giorni.
- Vedo bene dalle vostre lacrime, - disse il vecchio quando fu terminato il racconto, - che nella vostra condotta non c'è stata nessuna premeditazione. Ma la morte di Fabio resta comunque un avvenimento molto crudele per voi. Bisogna assolutamente che Elena dichiari a sua madre che da molto tempo voi siete il suo sposo.
Giulio non rispose, e il vecchio attribuì il silenzio ad un lodevole senso di discrezione. Assorto in una profonda fantasticheria, Giulio si domandava se Elena, irritata per la morte del fratello, avrebbe reso giustizia alla sua delicatezza; e si pentì di quanto un tempo era accaduto. Il vecchio, interrogato, gli raccontò sinceramente tutto quello che era avvenuto in Albano il giorno del combattimento. Fabio era stato ucciso alle sei e mezzo del mattino a più di sei leghe da Albano, e fin dalle nove - cosa incredibile! - si era incominciato a parlare della sua morte. Verso mezzogiorno era stato visto il vecchio Campireali, tutto in lacrime e sorretto dai suoi domestici, salire al convento dei Cappuccini. Poco dopo, tre di quei buoni padri, inforcati i migliori cavalli dei Campireali, s'erano diretti con una numerosa schiera di domestici verso il villaggio dei Ciampi dove s'era svolto il combattimento. Il vecchio Campireali voleva assolutamente seguirli: ma ne era stato dissuaso, con la ragione che Fabrizio Colonna era furioso (non si sapeva troppo bene perché) e avrebbe potuto fargli un brutto tiro se lo avesse fatto prigioniero.
La sera, verso mezzanotte, la foresta della Faiola sembrava in fiamme: erano tutti i frati e tutti i poveri che andavano incontro al corpo del giovane Fabio ciascuno con un grosso cero acceso.
- Voi sapete, - continuò il vecchio abbassando la voce come se temesse d'essere udito, - che la strada di Valmontone e dei Ciampi...
- Ebbene? - lo interruppe Giulio.
- Ebbene, quella strada passa davanti a casa vostra, e si dice che quando il cadavere di Fabio è arrivato lì il sangue ha zampillato da un'orrenda ferita che egli aveva al collo.
- Che orrore! - esclamò Giulio levandosi in piedi.
- Calmatevi figlio mio, - disse il vecchio: - bisogna bene che sappiate tutto. E ora posso dirvi che la vostra presenza qui, oggi, è sembrata un po' prematura. Se mi fate l'onore di consultarmi, capitano, aggiungerei che non è conveniente che prima di un mese vi lasciate vedere in Albano. E non ho bisogno di avvertirvi che neppure a Roma sarebbe prudente mostrarvi. Non si sa ancora in qual modo il Santo Padre si comporterà coi Colonna. Si crede che egli presterà fede alla dichiarazione di Fabrizio, il quale pretende di aver saputo del combattimento dei Ciampi soltanto dalla voce pubblica. Ma il governatore di Roma, che è tutto degli Orsini, è furibondo e sarebbe felice se potesse far impiccare qualcuno dei bravi soldati di Fabrizio, cosa contro cui questi non potrebbe ragionevolmente protestare dal momento che giura di non aver assistito alla battaglia. Dirò di più, e anzi mi permetterò di darvi un consiglio militare, benché voi non me lo chiediate: in Albano vi vogliono bene, altrimenti non ci vivreste così sicuro. Pensate che da parecchie ore andate in giro per la città, che qualcuno della famiglia Orsini può credersi sfidato da codesto modo di fare o almeno vagheggiare una bella ricompensa da ottenere a buon mercato. Il vecchio Campireali ha ripetuto mille volte d'esser pronto a dare la più bella terra a chi vi uccida. Avreste fatto bene a far venir in Albano qualcuno di quei soldati che tenete in casa...
- Non ho nessun soldato in casa.
- Se è così, capitano, voi siete pazzo. Questo albergo ha un giardino, noi usciremo per di là e sgaiattoleremo attraverso le vigne. Io vi accompagnerò: son vecchio e non ho armi; ma, se incontreremo qualche male intenzionato, io gli parlerò e voi almeno potrete guadagnare tempo.
Giulio si sentiva straziare il cuore. Oseremo dire a qual grado di follia egli era arrivato? Non appena aveva saputo che il palazzo Campireali era chiuso e che tutti gli abitanti erano partiti per Roma, aveva avuto l'idea di andare a rivedere quel giardino dove così spesso era stato a colloquio con Elena. Sperava perfino di rivedere la camera di lei, dove così spesso era stato ricevuto durante l'assenza della madre. Sentiva il bisogno di premunirsi contro la propria collera rivedendo quei luoghi che gli ricordavano il tenero amore della fanciulla.
Al Branciforte e al generoso vecchio non capitò alcun brutto incontro nel seguire i viottoli che attraversano le vigne e salgono verso il lago.
Giulio si fece raccontare di nuovo i particolari delle esequie di Fabio. La salma di quel valoroso giovane, scortata da molti preti, era stata trasportata a Roma e sepolta nella cappella gentilizia, che è nella chiesa di Sant'Onofrio al Gianicolo. Era stato osservato che alla vigilia della cerimonia il padre aveva ricondotto Elena al convento della Visitazione di Castro, e questo aveva confermato la diceria pubblica secondo cui ella aveva sposato segretamente il soldato di ventura che aveva avuto la disgrazia di ucciderle il fratello.
Quando fu arrivato a casa sua, Giulio trovò il caporale della propria compagnia insieme con quattro soldati, i quali gli dissero che il loro antico capitano non sarebbe mai uscito dalla foresta senza avere con sé alcuni dei suoi uomini. Il principe aveva detto che chi volesse farsi uccidere per imprudenza poteva farlo benissimo, ma prima doveva presentare le proprie dimissioni per non lasciargli sulle spalle un morto da vendicare. Giulio Branciforte riconobbe giuste queste idee, che prima gli erano del tutto estranee. Come i popoli ancora primitivi, egli aveva creduto che la guerra consista nel battersi con coraggio. Obbedì subito ai suggerimenti del principe ed ebbe appena il tempo di abbracciare quel vecchio avveduto e generoso che l'aveva accompagnato fino a casa.
Pochi giorni dopo, preso da un accesso di malinconia, Giulio volle rivedere ancora il palazzo Campireali. Con tre dei suoi soldati, travestiti come lui da mercanti napoletani, penetrò in Albano al cadere della notte. Presentatosi da solo in casa di quel tale Scotti, seppe che Elena era sempre relegata nel convento di Castro e che il padre, credendola maritata con colui che chiamava l'assassino di suo figlio, aveva giurato di non rivederla più. Non le aveva rivolto lo sguardo neppure nel ricondurla in convento. La tenerezza della madre pareva invece raddoppiata, e spesso ella lasciava Roma per andare a passare uno o due giorni con la figliola.
CAPITOLO 4
"Se non mi giustifico con Elena, - si disse Giulio raggiungendo di notte il quartiere occupato nella foresta dalla sua compagnia, - finirà col credermi un assassino. Dio sa quali storie le avranno raccontato intorno a quel fatale combattimento!".
Andò alla rocca della Petrella a prendere gli ordini del principe e gli domandò il permesso di andare a Castro. Fabrizio Colonna corrugò le sopracciglia:
- La faccenda di quel fatto d'armi non è ancora accomodata con Sua Santità. Voi dovete sapere che ho dichiarato quel che è vero, vale a dire che io son rimasto del tutto estraneo a quello scontro, di cui non ho avuto notizia che il giorno dopo, qui nel mio castello della Petrella. Tutto mi fa credere che Sua Santità finirà col prestare fede alla verità di questa relazione. Ma gli Orsini sono potenti e tutti dicono che voi vi siete distinto in quella baruffa. Gli Orsini dicono persino che alcuni prigionieri sono stati impiccati ai rami degli alberi. Voi sapete quanto queste dicerie son false. Tuttavia c'è da temere rappresaglie.
Il profondo stupore che brillava nello sguardo ingenuo del giovane capitano mise di buon umore il principe, il quale nondimeno, dinnanzi a tanta innocenza, giudicò che conveniva parlargli più chiaro.
- Ritrovo in voi, - disse seguitando, - quel valore che ha reso noto in tutta Italia il nome Branciforte. Spero che avrete per la mia casa quella fedeltà per cui vostro padre mi era così caro e che io ho voluto ricompensare in voi. Ecco la parola d'ordine della mia compagnia: Non dir mai la verità per quel che si riferisce a me o ai miei soldati. Se nel momento in cui vi si costringe a parlare non vedete l'utilità di alcuna menzogna, mentite a caso, e guardatevi dal dire la minima verità, come se si trattasse di peccato mortale. Voi comprendete che una vostra ammissione, riscontrata con altre notizie, metterebbe sulle tracce dei miei progetti. So, del resto, che voi avete una passioncella nel convento della Visitazione a Castro. Andate pure a passare una quindicina di giorni in quella cittaduzza, dove gli Orsini hanno amici e anche agenti. Passate dal mio maggiordomo che vi consegnerà duecento zecchini. L'affetto che avevo per vostro padre, - aggiunse il principe ridendo, - m'induce a darvi qualche direttiva sul modo di condurre a termine in modo soddisfacente codesta impresa amorosa e militare. Voi e tre dei vostri soldati vi travestirete da mercanti. Fingerete di arrabbiarvi con uno dei vostri compagni che si mostrerà sempre ubriaco e si procurerà molti amici pagando da bere a tutti gli sfaccendati di Castro. Ma, - aggiunse il principe con un altro tono di voce, - se gli Orsini vi catturano e vi condannano a morte, non confessate mai il mio nome e tanto meno che dipendete da me. Non ho bisogno di raccomandarvi una cosa: quando arrivate in quel borgo, fatene prima il giro tutt'intorno e poi entrate per la porta opposta alla strada da cui siete venuto.
Giulio fu commosso da questi consigli paterni che gli venivano da un gentiluomo abitualmente così grave. Il principe dapprima sorrise vedendo che il giovane aveva le lacrime agli occhi; poi si commosse anche lui e la voce gli si alterò. Si sfilò uno dei molti anelli che portava alle dita; e Giulio, nel riceverlo, baciò quella mano celebre per tante imprese.
- Neppure mio padre mi avrebbe parlato così, - esclamò entusiasmato.
Due giorni dopo, poco prima dell'alba, entrava nella cittadina di Castro. Cinque soldati lo seguivano, travestiti come lui. Due di essi andavano per conto proprio, e pareva che non conoscessero né lui né gli altri tre. Già prima di entrare nella città Giulio aveva scorto
il convento della Visitazione, vasto edificio chiuso da nere mura che pareva quasi una fortezza. Entrò subito nella chiesa: era splendida. Le religiose, tutte nobili e quasi tutte di ricca famiglia, gareggiavano nell'arricchire la chiesa, che era la sola parte del convento visibile al pubblico. Era uso che la religiosa nominata badessa dal Papa, su una terna presentata dal cardinale protettore dell'Ordine della Visitazione, facesse un'offerta ragguardevole per rendere immortale il proprio nome. La badessa la cui offerta era inferiore a quella della badessa che l'aveva preceduta era disprezzata com'era disprezzata la sua famiglia.
Giulio s'inoltrò in quella magnifica navata, tutta risplendente di marmi e di dorature. Ma né all'oro né al marmo faceva attenzione: gli pareva d'essere sotto gli occhi di Elena. L'altare maggiore, come gli dissero, era costato più di ottocentomila lire ma il suo sguardo, senza curarsi delle ricchezze di quell'altare, si dirigeva verso una cancellata dorata, alta quasi quaranta piedi e divisa in tre parti da due pilastri di marmo. Questa cancellata, che per la sua enorme grandezza sembrava qualcosa di terribile, era situata dietro l'altare maggiore e separava il coro delle monache dalla chiesa aperta a tutti i fedeli.
Giulio pensava che dietro quella cancellata dorata dovevano stare durante le funzioni le monache e le educande. Là, si potevano recare anche da sole, in qualsiasi ora del giorno, le monache o le educande che avessero bisogno di pregare. Su questa circostanza, nota a tutti, si fondavano le speranze del povero innamorato. E' vero che un immenso velo nero era calato dalla parte interna della cancellata. "Ma quel velo, - pensava Giulio, - non deve impedire troppo alle educande di guardare dalla parte della chiesa aperta al pubblico, dal momento che io, pur non potendo avvicinarmi che fino a un certo punto, vedo benissimo attraverso il velo le finestre da cui il coro prende luce e posso distinguere i minimi particolari architettonici".
Ogni sbarra di quella cancellata magnificamente dorata era munita di una punta diretta contro quelli che si avvicinassero troppo.
Giulio scelse un posto bene in vista di faccia al lato sinistro della cancellata, dove c'era più luce; e là passava le sue giornate a sentire una messa dopo l'altra. Attorniato com'era di soli contadini, sperava d'essere notato anche attraverso il velo nero che scendeva sulla parte interna della cancellata. Per la prima volta nella sua vita quel giovane così semplice cercava di richiamare su di sé l'attenzione dei presenti: s'era vestito con ricercatezza, faceva abbondanti elemosine entrando e uscendo dalla chiesa. Così lui come i suoi uomini facevano molte cortesie a tutti gli operai e ai fornitori che avevano qualche relazione col convento. Il terzo giorno soltanto poté avere qualche speranza di far pervenire una lettera a Elena. Aveva dato ordine che si pedinassero attentamente le due suore converse incaricate di comperare una parte delle provvigioni del convento, e così seppe che una di loro aveva una relazione con un modesto mercante. Uno dei soldati di Giulio, che era stato frate, fece amicizia con costui e gli promise uno zecchino per ogni lettera consegnata all'educanda Elena di Campireali.
- Come? - disse il mercante alla prima proposta che gli fu fatta. - Una lettera alla MOGLIE DEL BRIGANTE!
Erano passati appena quindici giorni da che Elena era a Castro e già la si chiamava in quel modo, tanto in quella popolazione appassionata per i particolari esatti si diffondono i racconti che parlano all'immaginazione.
Il mercante aggiunse:
- Almeno questa qui è maritata! Ma quante di quelle signore non hanno questa scusa e ricevono dal di fuori altro che lettere!
In quella prima lettera Giulio raccontava coi più minuziosi particolari quanto era accaduto nel giorno fatale della morte di Fabio, e nel chiudere domandava: "Mi odiate?".
Elena rispose, con un solo rigo, che non odiava nessuno, ma quanto le restava di vita l'avrebbe passato a cercare di dimenticare chi aveva ucciso suo fratello.
Giulio si affrettò a rispondere: dopo qualche invettiva contro il destino, secondo il platonismo allora di moda: "Vuoi dunque, - continuava, - dimenticare la parola di Dio trasmessaci dalle Sacre Scritture? Dice Dio: la donna lascerà la famiglia e i genitori per seguire lo sposo. Avresti il coraggio di negare che tu sei mia moglie? Ricordati la notte di San Pietro. L'alba spuntava dietro Monte Cavo e tu ti gettasti in ginocchio davanti a me: volli usarti misericordia: tu eri mia, se io avessi voluto, perché non avevi la forza di resistere all'amore che sentivi per me. Improvvisamente mi venne quest'idea: poiché io t'avevo detto parecchie volte che da un pezzo ti avevo sacrificato la mia vita e tutto quello che avevo di più caro al mondo, tu mi potevi rispondere che tutti quei sacrifici non convalidati da alcun atto esterno potevano essere anche immaginari. Ed ecco che un'altra idea m'illuminò, crudele per me, ma in fondo giusta. Pensai che non a caso io avevo la possibilità di sacrificare al tuo interesse la più grande felicità che mai mi fosse dato sperare. Tu eri già tra le mie braccia, e senza difesa, ricordati: la tua bocca stessa non osava rifiutare. In quel momento al convento di Monte Cavo suonò l'"Ave Maria" del mattino e quel suono, per un caso miracoloso, arrivò fino a noi. Tu mi dicesti: "Fa' questo sacrificio alla Madonna Santissima, madre di ogni purità". Già da un istante io avevo l'idea di quel sacrificio supremo, il solo reale sacrificio che io avessi avuto mai l'occasione di farti. Mi parve singolare che la stessa idea fosse venuta anche a te. Il suono lontano di quell'"Ave Maria" mi commosse, devo confessarlo, e ti accordai quel che chiedevi. Il sacrificio non fu tutto per te: pensai di mettere la nostra futura unione sotto il segno della Madonna. Allora pensavo che gli ostacoli non sarebbero venuti da te, perfida, ma dalla tua nobile e ricca famiglia. Se non ci fosse stato un intervento soprannaturale, come mai quell'"Ave Maria" sarebbe potuta arrivare a noi da tanto lontano, attraverso le cime degli alberi d'una buona metà della foresta, agitate in quel momento dal vento del mattino? Ti ricordi? T'inginocchiasti, e io mi levai in piedi, mi trassi dal petto la croce che porto, e tu giurasti su questa croce, che è qui davanti a me, e sulla tua dannazione eterna, che in qualunque luogo ti fossi mai trovata, qualunque cosa ti fosse mai accaduta, appena io te ne dessi l'ordine, tu ti saresti messa interamente a mia disposizione, com'eri in quel momento che l'"Ave Maria" di Monte Cavo ti giunse all'orecchio da tanto lontano. Dicemmo poi devotamente due "Ave" e due "Pater". Ebbene! per l'amore che allora tu sentivi per me, e se, come temo, tu te ne sei scordata, per la tua dannazione eterna, io ti ordino di farmi entrare questa notte nella tua camera o nel giardino del convento".
L'autore italiano riferisce curiosamente molte delle lettere scritte da Giulio Branciforte dopo questa prima; ma dà solo qualche tratto delle risposte di Elena di Campireali. Dopo duecentosettantott'anni i sentimenti d'amore e di religione di cui son piene quelle lettere sono così remoti da noi che ho temuto, riproducendole, d'essere prolisso.
Dalle lettere sembra che Elena obbedì all'ordine contenuto in quella che abbiamo tradotto abbreviandola. Giulio trovò il modo d'introdursi nel convento: si può argomentare che per farlo si sia travestito da donna. Elena lo ricevette, ma soltanto mostrandosi all'inferriata di una finestra del pian terreno che guardava sul giardino. Con dolore inesprimibile Giulio vide bene che la fanciulla, un tempo così tenera e appassionata, era divenuta come un'estranea: lo trattò quasi "con cortesia". Facendolo entrare in giardino aveva ceduto quasi unicamente alla religione del giuramento. Il colloquio fu breve: dopo qualche minuto, l'orgoglio di Giulio, forse un poco eccitato dagli avvenimenti degli ultimi quindici giorni, riuscì a vincere il suo profondo dolore.
"Io mi vedo davanti, - disse a se stesso, - nient'altro che la tomba di quell'Elena che in Albano sembrava mi si fosse data per tutta la vita".
Giulio nascose le lacrime che gli inondavano il viso. Quando Elena ebbe finito di giustificare il mutamento così naturale, diceva lei, dopo la morte d'un fratello, Giulio le disse, parlando molto lentamente:
- Voi non rispettate il giuramento, non mi ricevete in un giardino, non siete inginocchiata davanti a me com'eravate dopo mezzo minuto che avevamo sentito l'"Ave Maria" di Monte Cavo. Dimenticate il vostro giuramento, se potete. Quanto a me, non dimentico nulla: che Dio vi assista!
Nel dire queste parole baciò l'inferriata presso cui sarebbe potuto restare quasi un'ora. Un istante prima chi avrebbe detto che abbreviasse di sua propria volontà quel colloquio tanto desiderato? Il sacrificio gli spezzò il cuore; ma pensava che avrebbe ben meritato il disprezzo di Elena se avesse risposto alle sue "cortesie" altrimenti che lasciandola in preda ai rimorsi.
Uscì dal convento prima dell'alba, e subito montò a cavallo ordinando ai suoi soldati di aspettarlo a Castro tutta una settimana e poi di rientrare nella foresta. Era pazzo di disperazione. Si diresse verso Roma.
"Come? - si diceva ad ogni passo, - mi allontano da lei? Siamo diventati così estranei l'uno per l'altra? O Fabio! sei ben vendicato!".
La vista degli uomini che incontrava per strada lo inaspriva sempre più. Lanciò il cavallo attraverso i campi e diresse la sua corsa verso la regione incolta e deserta che si stende lungo il mare. Quando s'accorse che non incontrava più quei pacifici contadini di cui invidiava la sorte, respirò: lo spettacolo di quel luogo selvaggio s'accordava con la sua disperazione e gli leniva la collera. Allora soltanto poté abbandonarsi alla contemplazione del suo triste destino.
"Alla mia età, - si disse, - ho un impegno: innamorarmi di un'altra donna!".
A questo triste pensiero, la sua disperazione raddoppiò: vide troppo bene che per lui non c'era che una donna sola al mondo. S'immaginava il supplizio che avrebbe provato se avesse avuto il coraggio di rivolgere una parola d'amore a un'altra che non fosse Elena: una simile idea gli straziava il cuore.
Fu preso da un accesso di riso amaro.
"Eccomi qua, - pensò, - proprio come quegli eroi dell'Ariosto che viaggiano soli in paesi deserti quando devono dimenticare d'aver trovato la loro perfida donna tra le braccia d'un altro cavaliere... Ma lei non è così colpevole: - disse scoppiando in un pianto dopo quel folle accesso di riso, - la sua infedeltà non arriva ad amare un altro. Quell'anima vivace e pura si è lasciata fuorviare dalle cose atroci che le hanno raccontato di me. Le hanno detto senza dubbio che mi sono armato per quella fatale spedizione senz'altro motivo che la segreta speranza di uccidere suo fratello se l'occasione mi si fosse presentata. I malevoli avranno fatto di più: mi avranno attribuito questo sconcio calcolo: che, una volta morto suo fratello, lei sarebbe divenuta la sola erede di un immenso patrimonio... E io sono stato così sciocco da lasciarla per quindici giorni in preda alle seduzioni dei miei nemici! Davvero io sono molto disgraziato, ma il Cielo mi ha anche negato quel senso con cui ci si regola nella vita. Sono un grande infelice, un essere molto spregevole! La mia vita non serve né a ma né agli altri".
In quel momento il giovane Branciforte ebbe un'ispirazione ben poco comune in quel secolo: il suo cavallo andava lungo l'orlo della spiaggia e le onde di tanto in tanto gli bagnavano le zampe: gli venne l'idea di spingerlo nel mare e di mettere fine alla sua misera vita. Che cosa avrebbe potuto fare mai ora ch'era stato abbandonato dal solo essere che gli avesse fatto sentire l'esistenza della felicità? Ma un'altra idea improvvisamente lo trattenne.
"Che cosa sono mai le pene che soffro, - si disse, - a paragone di quelle che soffrirò tra un momento, se porrò fine a questa vita infelice? Elena non soltanto non sentirà nulla per me come ora, ma la vedrò nelle braccia d'un rivale, e questo rivale sarà qualche giovane romano, ricco e "stimato": perché i diavoli, secondo il loro compito, cercheranno le immagini più crudeli per torturarmi l'anima. Così, neppure nella morte potrò scordarmi di Elena: anzi, la mia passione per lei raddoppierà, perché sarà il mezzo più sicuro a cui l'eterna potenza potrà ricorrere per punirmi del mio orrendo peccato".
Per finire di scacciare la tentazione Giulio si mise a recitare devotamente delle avemmarie. Al suono dell'"Ave Maria" del mattino, preghiera dedicata alla Madonna, egli era stato un giorno sedotto e trascinato ad un'azione generosa che riteneva ora il più grande errore della sua vita. Per un senso di rispetto non osava andare più in là ad esprimere interamente l'idea che lo assillava.
"Se per un'ispirazione della Madonna ho commesso un errore fatale, non deve ella, con un atto della sua infinita giustizia, far nascere qualche circostanza che mi renda la felicità?".
L'idea della giustizia della Madonna fece dileguare a poco a poco la sua disperazione. Levò il capo e si vide di rimpetto, oltre Albano e la foresta, Monte Cavo rivestito della sua cupa verdura e quel santo convento la cui "Ave Maria" mattutina l'aveva indotto a quel che ora egli chiamava un inganno infame. L'aspetto imprevisto di quel santo luogo lo consolò.
"No, - esclamò, - non è possibile che la Madonna mi abbandoni. Se Elena fosse stata mia moglie, come il suo amore permetteva e come voleva la mia dignità d'uomo, il racconto della morte di suo fratello avrebbe trovato nel suo cuore il ricordo del vincolo che la legava a me. Si sarebbe detta che era mia molto tempo prima del caso fatale per cui mi sono trovato su un campo di battaglia faccia a faccia con Fabio. Egli aveva due anni più di me, aveva pratica delle armi, era più ardito in ogni senso, più forte. Mille ragioni avrebbero provato a mia moglie che io non avevo mai provato il minimo sentimento di odio per suo fratello, anche quando egli mi tirò un colpo d'archibugio. Mi ricordo che al nostro primo appuntamento, dopo il mio ritorno da Roma, io le dicevo: che vuoi? L'onore esigeva così: non posso biasimare un fratello!".
Ritornatagli la speranza grazie alla sua devozione per la Madonna, Giulio spronò il cavallo e in poche ore giunse al luogo dov'era acquartierata la sua compagnia. La trovò che si stava armando: per Monte Cassino dovevano raggiungere la via che va da Napoli a Roma.
Il giovane capitano cambiò cavallo e si mise in marcia coi suoi soldati. Quel giorno non ci fu combattimento. Giulio non si domandò, ché non gliene importava, quale fosse lo scopo della marcia. Nel momento in cui si vide alla testa dei suoi soldati il suo destino gli apparve sotto un altro aspetto:
"Sono un vero sciocco, - si disse, - ho fatto male a lasciar Castro. Elena forse è meno colpevole di quel che l'ira me l'abbia fatta vedere. No, quell'anima così ingenua e pura, in cui ho visto nascere i primi moti d'amore, è sempre mia! Non mi ha proposto più di dieci volte di fuggire con me e di andare a far benedire le nostre nozze da un frate di Monte Cavo? A Castro, prima di ogni altra cosa, avrei dovuto ottenere un secondo appuntamento e ragionare bene con lei. Davvero la passione mi rende sventato come un ragazzo! Dio! avessi un amico a cui raccomandarmi per un buon consiglio! Un passo che mi propongo di fare come opportunissimo, due minuti dopo mi sembra pessimo!".
A sera, quando si stava per lasciare la strada maestra ed entrar nella foresta, Giulio si avvicinò al principe e gli domandò se poteva restare ancora per qualche giorno in quel luogo che sapeva.
- Vattene al diavolo! - gli gridò Fabrizio. - Credi che proprio in questo momento io possa pensare alle tue fanciullaggini?
Un'ora dopo Giulio ripartì per Castro; lì ritrovò i suoi uomini, ma non sapeva come fare per scrivere a Elena dopo il modo brusco con cui l'aveva lasciata. La sua prima lettera non conteneva che queste parole: "Mi si vorrà ricevere questa notte?".
La risposta fu di tre parole: "Si può venire".
Dopo la partenza di Giulio, Elena s'era creduta abbandonata per sempre. Allora aveva misurato tutte le conseguenze del ragionamento di quello sventurato giovane: gli era moglie prima ch'egli avesse avuto la disgrazia di incontrare suo fratello sul campo di battaglia.
Questa volta Giulio non fu accolto con quei modi cortesi che gli erano sembrati così crudeli durante il primo colloquio. Elena si mostrò anche questa volta dietro l'inferriata; ma era tutta tremante, e poiché Giulio parlava in tono molto riservato e le sue frasi erano simili a quelle che avrebbe usato parlando con un'estranea. Toccò ora ad Elena sentire quanto c'è di crudele nel tono quasi ufficiale che succede alla più dolce intimità. Giulio, che temeva soprattutto d'avere il cuore straziato da qualche parola fredda che Elena si fosse lasciata sfuggire, aveva preso il tono d'un avvocato per provare che Elena era sua moglie molto prima del funesto combattimento dei Ciampi. Elena lo lasciò parlare perché temeva d'essere sorpresa dal pianto se gli avesse risposto altrimenti che con poche parole. Finalmente, accorgendosi che stava per tradirsi, pregò il suo amico di tornare il giorno dopo. Si era alla vigilia di una gran festa, e il mattutino doveva esser cantato di buon'ora: potevano essere scoperti. Giulio, che ragionava come un innamorato, uscì dal giardino profondamente pensieroso: non sapeva dire, e se ne crucciava, se era stato ricevuto bene o male; e poiché le idee militari, che gli erano state ispirate dalle conversazioni coi suoi camerati, incominciavano a germogliare nella sua testa, si disse:
"Una volta o l'altra, bisognerà arrivare al punto di rapire Elena".
Poi si mise ad esaminare i mezzi con cui penetrare d'assalto nel giardino. Poiché il convento era molto ricco e si prestava ad essere oggetto di ricatto, era custodito da una gran quantità di domestici, quasi tutti vecchi soldati. Questi abitavano in una sorta di caserma le cui inferriate si affacciavano sullo stretto andito che portava dalla porta esterna del convento, aperta in un muro alto più di ottanta piedi, alla porta interna custodita dalla suora guardiana. La facciata del convento, sulla piazza, consisteva in un muro annerito dal tempo e non aveva altra apertura che la porta esterna e un finestrino attraverso il quale i soldati potevano vedere quel che accadeva fuori. Si può immaginare quale aspetto cupo doveva avere quel gran muro con quell'unica porta sulla quale dei chiodi enormi tenevano fisse, per rinforzarla, delle larghe piastre di latta, e con quell'unico finestrino di quattro piedi d'altezza su diciotto pollici di larghezza.
Noi non seguiremo l'autore del manoscritto nel lungo racconto dei successivi colloqui che Giulio ottenne da Elena. I due amanti, ritrovandosi, erano tornati ad un tono d'intimità perfetta, come un tempo nel giardino di Albano: Elena però non aveva mai voluto acconsentire a discendere in giardino. Una notte Giulio la trovò profondamente pensierosa: sua madre era venuta da Roma per vederla e per qualche giorno aveva preso dimora nel convento. Quella madre era così affettuosa e aveva avuto sempre delle attenzioni così delicate per i sentimenti che supponeva della figliola, che questa provava un profondo rimorso a doverla ingannare: insomma, come avere il coraggio di rivelarle che riceveva l'uccisore di suo figlio? Elena finì col confessare chiaramente a Giulio che se quella madre così buona con lei l'interrogava in un certo modo, non avrebbe avuto la forza di mentirle. Giulio comprese tutto il pericolo della situazione: la sua sorte dipendeva dal caso, che poteva suggerire una parola alla signora di Campireali. La notte dopo egli parlò con aria risoluta in questo modo:
- Domani verrò più presto e staccherò una delle sbarre di quest'inferriata: voi scenderete in giardino ed io vi condurrò in una chiesa della città dove un prete di cui mi posso fidare ci unirà in matrimonio. Prima di giorno sarete di nuovo in questo giardino. Una volta che sarete mia moglie, io non temerò più nulla, e obbedirei a vostra madre in tutto, anche se esigesse che io passassi parecchi mesi senza vedervi in espiazione dell'orrenda sventura che tutti e due deploriamo.
E poiché Elena sembrava costernata a questa proposta, Giulio aggiunse:
- Il principe mi richiama presso di sé: l'onore e tante altre ragioni mi costringono a partire. La proposta che vi ho fatto è la sola che possa assicurare il nostro avvenire: se non volete consentire, è meglio che ci separiamo per sempre, qui, sul momento. Partirò col rimorso della mia imprudenza. HO CREDUTO ALLA VOSTRA PAROLA D'AMORE, voi mancate al giuramento più sacro, ed io spero che a lungo andare il giusto disprezzo che la vostra leggerezza m'ispirerà potrà guarirmi da quest'amore che da troppo tempo forma l'infelicità della mia vita.
Elena scoppiò in un pianto:
- Gran Dio! - esclamò tra le lacrime. - Quale orrore per mia madre!
Poi acconsentì alla proposta che le era stata fatta.
- Ma, - aggiunse, - potrebbero scoprirci nell'andare o nel ritornare: pensate allo scandalo che avverrebbe, pensate all'orribile situazione in cui verrebbe a trovarsi mia madre: aspettiamo la sua partenza che sarà tra qualche giorno.
- Siete arrivata a farmi dubitare della cosa per me più sacrosanta: la fede nella vostra parola. Domani noi saremo marito e moglie o altrimenti è questa l'ultima volta che ci vediamo su questa terra.
La povera Elena non poté rispondere che piangendo: il cuore le si spezzava soprattutto sentendo il tono risoluto e crudele con cui Giulio le parlava. Aveva davvero meritato il suo disprezzo? Era così cambiato l'amante un tempo così docile e affettuoso? Finalmente acconsentì a quel che le era stato ordinato. Giulio s'allontanò. Da quel momento Elena aspettò la notte nelle alternative dell'ansietà più straziante. Se si fosse dovuta preparare a una morte certa, il suo dolore sarebbe stato meno angoscioso: avrebbe potuto trovare un certo coraggio nell'idea dell'amore di Giulio e nel tenero affetto di sua madre. Il resto di quella notte passò in un continuo doloroso volere e disvolere. In certi momenti avrebbe voluto dir tutto alla madre. Il giorno dopo questa la trovò così pallida che dimenticò tutti i sui savi proponimenti e si gettò nelle braccia della figliola esclamando:
- Che cosa accade? Gran Dio! Dimmi che cosa hai fatto o che cosa stai per fare! Se tu pigliassi un pugnale e me lo cacciassi in cuore, mi faresti soffrire meno che continuando in codesto silenzio.
L'estremo affetto della madre era così evidente agli occhi di Elena, vedeva così chiaramente che cercava di moderare l'espressione dei suoi sentimenti anziché esagerarla, che alla fine si sentì vinta dalla commozione e le cadde ai piedi. E poiché la madre, cercando d'indovinare il fatale segreto, aveva detto che Elena avrebbe sfuggito la sua presenza, ella rispose che il giorno dopo e tutti i giorni seguenti non l'avrebbe lasciata mai, ma che la scongiurava di non domandarle di più. Queste parole imprudenti furono ben presto seguite da una confessione completa. La signora di Campireali inorridì quando seppe che l'uccisore del suo figliolo le era così vicino. Ma il dolore che ne provò fu compensato da una vivissima e purissima gioia. Come potremmo descrivere il suo giubilo quando seppe che la figlia non aveva mancato mai ai suoi doveri?
In un batter d'occhio i disegni di quella madre prudente cambiarono totalmente: si credette lecito di ricorrere all'inganno nei confronti di quell'uomo che per lei non era nulla. Elena si sentiva il cuore straziato dai più crudeli impeti di passione. E poiché la sua anima tormentata aveva bisogno di sfogo, si confessò alla madre con la più grande sincerità. La signora di Campireali, che ormai credeva di poter permettersi tutto, inventò una serie di sottili ragionamenti che qui sarebbe troppo lungo riferire. Senza troppa difficoltà dimostrò alla figlia che invece d'un matrimonio clandestino, e destinato a rimanere come una macchia nella vita d'una donna, poteva ottenere un matrimonio pubblico e perfettamente onorevole solo che consentisse a rimandare di otto giorni l'atto di obbedienza che doveva ad un amante così generoso. Intanto lei, la signora di Campireali, sarebbe andata a Roma ed avrebbe esposto al marito che Elena era la moglie di Giulio già molto tempo prima della fatale battaglia dei Ciampi. La cerimonia era avvenuta la notte stessa in cui travestita da frate aveva incontrato il padre e il fratello sulle rive del lago, in quel sentiero scavato nella roccia lungo il muro del convento dei Cappuccini.
La donna si guardò bene dal lasciare la figlia durante tutta quella giornata, e finalmente, verso sera, Elena scrisse al suo amante una lettera ingenua e, a parer nostro, molto commovente, in cui gli esprimeva i contrasti che le avevano lacerato il cuore. Finiva con l'implorare da lui una proroga di otto giorni: "Nello scriverti questa lettera, - aggiungeva, - che un messo di mia madre aspetta, mi pare di vederti irritato, mi pare che i tuoi occhi mi guardino con odio: ho il cuore straziato dai più crudeli rimorsi. Tu dirai che ho un carattere molto debole, che sono molto pusillanime, molto spregevole; ed io te lo confesso, angelo mio. Ma immagina quale spettacolo: mia madre, tutta in lacrime, ai miei piedi. Allora per me non è stato più possibile nascondere che una certa ragione m'impediva di consentire alla sua domanda; e, una volta lasciatami sfuggire per debolezza quelle imprudenti parole, non so più quel che è avvenuto in me, ma mi è stato impossibile nasconderle quel che c'era stato tra noi. Per quel che posso ricordare, mi sembra che la mia anima, priva d'ogni forza, avesse bisogno d'un consiglio. Speravo di trovarlo nelle parole di mia madre... purtroppo ho dimenticato, amor mio, che quella madre tanto amata aveva un interesse contrario al tuo. Ho dimenticato il mio primo dovere, che è l'ubbidienza a te, e mi pare di non essere capace di quel vero amore che dicono superiore a tutte le prove. Disprezzami, Giulio mio, ma, in nome di Dio, non cessare di amarmi. Portami via, se vuoi, ma rendimi questa giustizia, che, se mia madre non fosse stata nel convento, i più tremendi pericoli, la vergogna stessa, nulla al mondo m'avrebbe impedito d'ubbidire ai tuoi ordini. Questa madre è così buona! È così intelligente! È così generosa! Ricordati quello che un giorno ti ho raccontato: quando mio padre cercò nella mia camera, lei trafugò le tue lettere che io non avevo più modo di nascondere, e poi, passato il pericolo, me le rese senza volerle leggere e senza aggiungere una sola parola di rimprovero! Ebbene, durante tutta la mia vita si è comportata con me come si comportò in quel momento supremo. Mi ha detto che per il caldo voleva passare la notte in giardino sotto una tenda: sento di qui i colpi di martello, proprio ora preparano la tenda: impossibile dunque vederci questa notte. Temo anche che il dormitorio delle educande sia chiuso a chiave, e così le due porte della scala a chiocciola, cosa che non si fa mai. Queste precauzioni mi metterebbero nell'impossibilità di scendere in giardino, anche se credessi utile di far questo passo per calmare la tua collera. Ah, come in questo momento mi abbandonerei a te, se potessi! Come correrei in quella chiesa dove ci si deve sposare! Come ti seguirei dovunque tu volessi!".
Questa lettera finiva con due pagine di frasi folli, in cui ho notato dei ragionamenti esaltati che sembrano d'imitazione platonica: nel tradurre la lettera ho soppresso parecchie eleganze di questo genere.
Giulio Branciforte fu molto stupito nel riceverla un'ora circa prima dell'"Ave Maria" della sera: aveva preso allora gli ultimi accordi col prete. Ebbe un impeto di collera.
"Non ho bisogno del suo consiglio per rapirla: creatura debole e pusillanime!".
E partì immediatamente per la foresta della Faiola.
Ecco d'altra parte qual era la posizione della signora di Campireali. Suo marito era moribondo, lentamente ucciso dall'impossibilità di vendicarsi del Branciforte. Invano aveva fatto offrire somme ragguardevoli a "bravi" romani: nessuno aveva voluto impicciarsi con un "caporale", come dicevano, del principe Colonna: erano troppo sicuri di essere sterminati, essi e le loro famiglie. Un anno appena era trascorso da che un villaggio intero era stato bruciato per vendicare la morte d'un soldato del Colonna, e tutti gli abitanti che avevano cercato di fuggire in campagna, uomini e donne, erano stati legati con funi per le mani e per i piedi e quindi lanciati nelle case in fiamme.
La signora di Campireali aveva grandi terre nel regno di Napoli. Il marito le aveva ordinato di far venire di là gli assassini, ma lei aveva ubbidito solo apparentemente perché credeva la figlia legata a Giulio Branciforte da un nodo indissolubile. E perciò pensava che Giulio sarebbe dovuto entrare nell'esercito spagnolo, che allora combatteva in Fiandra contro i ribelli, e fare con esso due o tre campagne. Se non era ucciso, pensava, voleva dire che Dio non disapprovava un matrimonio necessario: in tal caso avrebbe dato alla figliola le terre di sua proprietà nel regno di Napoli, e Giulio Branciforte, dopo aver assunto il nome di una di quelle terre, sarebbe andato con la moglie a passare qualche anno in Spagna.
Dopo tutte quelle prove forse lei avrebbe avuto la forza di vederlo. Ma dopo la confessione della figlia tutto aveva cambiato aspetto: il matrimonio non era più necessario: anzi! E mentre Elena scriveva al suo amante la lettera che abbiamo tradotto, la signora di Campireali scriveva a Pescara e a Chieti, ordinando ai suoi fattori di mandarle a Castro persone sicure e capaci d'un colpo di mano e non nascondendo che si trattava di vendicare la morte di suo figlio Fabio, il loro giovane signore. Il corriere partì con le lettere prima che finisse quel giorno.
CAPITOLO 5
Dopo tre giorni Giulio era di ritorno a Castro e conduceva con sé otto dei suoi soldati. Questi avevano acconsentito a seguirlo e ad esporsi alla collera del principe, che qualche volta aveva punito con la morte imprese del genere di quella in cui stavano per impegnarsi. Giulio aveva cinque uomini a Castro e otto dunque ne conduceva con sé; e nondimeno quattordici soldati, per quanto coraggiosi essi fossero, gli sembravano insufficienti per l'impresa, perché il convento era come una fortezza.
Si trattava di oltrepassare con la forza o con l'astuzia la prima porta del convento: bisognava poi inoltrarsi in un andito lungo più di cinquanta passi. A sinistra, come s'è già detto, si aprivano le inferriate d'una sorta di caserma dove le religiose avevano apportato trenta o quaranta domestici, vecchi soldati. Appena dato l'allarme, da quelle inferriate sarebbe partito un fuoco ben nutrito.
La badessa che era allora in carica, donna di testa, aveva sempre dinanzi agli occhi le imprese dei capi Orsini, del principe Colonna, di Marco Sciarra e di tanti altri che spadroneggiavano nei dintorni. Come resistere a ottocento uomini risoluti che occupassero all'improvviso una cittadina come Castro e mirassero al convento credendolo pieno d'oro? La Visitazione di Castro aveva di solito quindici o venti "bravi" nella caserma a sinistra dell'andito che portava alla seconda porta del convento; a destra di codesto andito c'era un gran muro attraverso il quale non si poteva passare; in fondo all'andito si trovava una porta di ferro che dava su un atrio colonnato; dopo l'atrio c'era il gran cortile del convento, e a destra il giardino. La porta di ferro era vigilata dalla suora guardiana.
Quando Giulio, seguito dai suoi otto uomini, fu a sei leghe da Castro, si fermò in una locanda fuori mano per lasciar passare le ore del gran caldo. Là soltanto rivelò il suo progetto; e poi tracciò sulla sabbia del giardino la pianta del convento che bisognava assaltare.
- Alle nove di sera, - disse ai suoi uomini, - ceneremo fuori dalla città; a mezzanotte entreremo; troveremo cinque dei vostri camerati che aspettano vicino al convento. Uno di loro, che sarà a cavallo, fingerà d'essere un corriere arrivato da Roma per chiamare la signora di Campireali presso suo marito che è in punto di morte. Noi cercheremo di oltrepassare senza rumore la prima porta del convento che voi vedete in mezzo alla caserma, - disse indicando loro la pianta tracciata sulla sabbia. - Se incominciamo a combattere alla prima porta, i "bravi" delle monache farebbero presto a tirarci dei colpi d'archibugio mentre noi saremmo sulla piazzetta che voi vedete qui davanti al convento o mentre c'inoltreremmo nello stretto passaggio che mena dalla prima alla seconda porta. Questa seconda porta è di ferro, ma io ne ho la chiave. E' vero che ci sono delle enormi sbarre infisse nel muro che quando sono messe al loro posto impediscono di aprirsi ai due battenti della porta. Ma queste due sbarre di ferro sono troppo pesanti perché la suora guardiana possa manovrarle, ed io, che pure sono passato più di dieci volte per quella porta di ferro, non le ho viste mai al loro posto. Anche questa sera conto di passarci senza difficoltà. Comprenderete che nel convento c'è qualcuno d'accordo con me. Il mio scopo è di rapire un'educanda e non già una monaca. Ma ecco quel che soprattutto importa: dobbiamo ricorrere alle armi soltanto in caso di assoluta necessità. Se incominciassimo a combattere prima di arrivare a quella seconda porta munita di sbarre di ferro, la suora guardiana chiamerebbe subito due vecchi giardinieri, di settant'anni, che abitano nell'interno del convento, e i vecchi fisserebbero contro i battenti della porta le sbarre di ferro di cui vi ho parlato. Se accadesse questa disgrazia, saremmo costretti, per oltrepassare la porta, a demolire il muro, e perderemmo una decina di minuti. In ogni caso io andrò per primo verso quella porta. Uno dei giardinieri è pagato da me; ma s'intende che mi sono ben guardato dal parlargli del mio progetto di ratto. Oltrepassata quella seconda porta, si gira a destra e si arriva al giardino: una volta nel giardino, s'incomincia il combattimento, e allora bisogna fare man bassa di quanto si presenta. Resta ben inteso che voi farete uso soltanto delle spade e delle daghe, perché il minimo colpo d'archibugio metterebbe a soqquadro tutta la cittadinanza, che potrebbe attaccarci all'uscita. Con tredici uomini come voi certamente io non temerei di attraversare quella bicocca: nessuno, certo, oserebbe discendere in strada; ma parecchi borghesi hanno degli archibugi, e tirerebbero dalle finestre. In questo caso, diciamolo di passata, bisognerebbe camminare rasentando i muri delle case. Una volta nel giardino del convento, voi direte a bassa voce a ogni uomo che si presenterà: "Andate via"; e ucciderete a colpi di daga chiunque non ubbidirà subito. Io salirò nel convento per la porticina del giardino con quelli di voi che mi saranno vicini e tre minuti dopo scenderò con una o due donne che porteremo via tra le braccia senza permettere loro di camminare. Senza por tempo in mezzo fuggiremo dal convento e dalla città. Due di voi resteranno alla porta e tireranno una ventina di colpi d'archibugio, di minuto in minuto, per spaventare i borghesi e tenerli a distanza.
Giulio ripeté due volte questa spiegazione.
- Avete capito bene? - disse ai suoi uomini. - Ci sarà buio in quell'atrio: a destra, il giardino, a sinistra, il cortile: non bisogna sbagliare.
- Contate su di noi! - esclamarono i soldati.
Poi andarono a bere. Ma il caporale non li seguì e chiese il permesso di parlare al capitano.
- Nulla di più semplice, - gli disse, - del progetto di Vossignoria. Ho già forzato due conventi: questo qui sarà il terzo. Ma siamo troppo pochi. Se il nemico ci costringe a demolire il muro che sostiene i cardini della seconda porta, bisogna pensare che i "bravi" della caserma non rimarranno in ozio durante quella lunga operazione: vi uccideranno a colpi di archibugio sette o otto uomini, e allora si corre il rischio di vedersi portar via la donna al ritorno. E' proprio quello che ci è accaduto in un convento vicino a Bologna: ci uccisero cinque uomini: noi ne ammazzammo otto; ma il capitano non ebbe la donna. Faccio due proposte a Vossignoria. Conosco quattro contadini che abitano nei dintorni dell'albergo in cui ci troviamo: essi hanno prestato servizio sotto Sciarra e per uno zecchino si batteranno come leoni per tutta la notte. Ruberanno un po' d'argenteria nel convento; ma a voi poco importa: il peccato è loro: voi, in fin dei conti, li assoldate per avere una donna. Ed ecco la mia seconda proposta: Ugone è un ragazzo istruito e molto furbo: era medico quando ammazzò suo cognato e si diede alla macchia. Voi potete mandarlo al convento un'ora prima che faccia notte: domanderà lavoro e farà in modo che lo ammetteranno nel corpo di guardia: là farà bere i domestici delle monache, ed è anche capace di bagnare la miccia dei loro archibugi.
Giulio, per sua disgrazia, accettò la proposta del caporale. Questi, nell'andarsene, aggiunse:
- Noi stiamo per attaccare un convento: c'è SCOMUNICA MAGGIORE, e per di più è un convento sotto la protezione diretta della Madonna...
- Avete ragione! - esclamò Giulio come risvegliato da quelle parole. - Rimanete con me.
Il caporale chiuse l'uscio e ritornò per dire il rosario insieme a Giulio. Pregarono per un'ora intera. A notte si rimisero in marcia.
Allo scoccare della mezzanotte, Giulio, che era entrato da solo in Castro, verso le undici, ritornò a prendere i suoi uomini, ai quali s'erano aggiunti tre contadini bene armati; li riunì coi cinque soldati che aveva in città; e fu così alla testa di sedici uomini ben risoluti. Due di essi erano travestiti da domestici, con una lunga giubba di tela nera per nascondere il giaco e con un berretto senza piume.
A mezzanotte e mezzo, Giulio, che si era assunto la parte di corriere, arrivò al galoppo alla porta del convento, facendo un gran rumore e gridando che si aprisse senza indugio a un corriere inviato dal cardinale. Notò con piacere che i soldati che gli rispondevano dal finestrino erano più che brilli. Secondo l'uso, scrisse il proprio nome su un pezzo di carta, e un soldato andò a portarlo alla suora guardiana che aveva la chiave della seconda porta e doveva svegliare la badessa nelle grandi occasioni. La risposta si fece aspettare per tre mortali quarti d'ora, durante i quali Giulio durò molta fatica a fare stare zitti gli uomini della sua banda. Già alcuni borghesi incominciavano ad aprire timidamente le finestre, quando finalmente arrivò la risposta favorevole della badessa. Giulio entrò nel corpo di guardia per mezzo d'una scala lunga cinque o sei piedi che gli tesero dal finestrino, perché i "bravi" del convento non vollero disturbarsi ad aprire la porta grande, e salì seguito da due soldati travestiti da domestici. Saltando dalla finestra nel corpo di guardia, i suoi occhi incontrarono quelli di Ugone: grazie a questo, tutto il corpo di guardia era ubriaco. Giulio disse al capo che tre domestici di casa Campireali, ch'egli aveva fatto armare come soldati per servirsene da scorta durante il viaggio, avevano comperato della buona acquavite e chiedevano d'entrare anche loro per non annoiarsi da soli sulla piazza: