fregio (1K)
Brigantaggio nel Lazio
"Per parlare soltanto dei tempi prossimi a quelli in cui visse la nostra eroina, negli anni intorno al 1550, Alfonso Piccolomini duca di Monte Mariano e Marco Sciarra si misero con buon consenso alla testa di bande armate che nei dintorni di Albano sfidavano i soldati del papa allora molto valorosi" (Cap. I)
Il brigantaggio non era un fenomeno nuovo nelle terre del Lazio; nel 1585, in un anno si erano viste più teste mozze penzolare dagli spalti di Castel S. Angelo che meloni nei mercati rionali di Roma.
        Nella periferia di Roma, questi erano aggregati in bande sotto la protezione degli Orsini, Cenci, Savelli, Colonna ed altri grandi feudatari, i quali non di rado li facevano intervenire nella città stessa per le loro lotte di parte.
        Per quasi tutto l'Ottocento, bande di briganti operarono sui monti Lepini, Ausoni e Aurunci, cacciati persistentemente dai gendarmi francesi prima, poi dai carabinieri pontifici ed infine da quelli sabaudi. Questi briganti, oltre che dalle forze dell'ordine, dovevano difendersi anche dal tradimento da parte dei loro stessi compagni.
        Tra la fine de 1700 e la prima metà del 1800, la cronaca nera sul brigantaggio nel Lazio, riporta un lungo agghiacciante elenco di omicidi, rapine, assalti fatti nei luoghi più impervi in particolare nella "Macchia della Faiola". In questo periodo per i briganti vi era il taglio della testa e squarto.
        La banda dei briganti della Faiola era capeggiata da Gasperone o Gasbarrone.
IL BANDITISMO NEL CINQUECENTO
Il fenomeno del banditismo era esploso in modo dirompente nei domini della chiesa nella seconda metà del Cinquecento.
        Le bande scorrevano per la Campagna romana, e più in generale per tutto lo Stato pontificio, saccheggiando le case ed i viaggiatori, uccidendo i propri nemici, danneggiando vigne e frutteti, catturando mercanti e gentiluomini e chiedendo ingenti cifre per il loro rilascio.
        Le cause del fenomeno risiedevano nella stessa situazione economica, politica e sociale. Le funeste e cicliche carestie, la gravosità delle imposte e la brutalità della loro riscossione ma anche, più in generale, i mutamenti nell'organizzazione sociale delle campagne, peggiorando le condizioni di vita delle popolazioni alimentavano infatti il banditismo. La fine delle guerre d'Italia, nel 1559, lasciando senza impiego un ingente numero di uomini abituati al combattimento, aveva poi fornito altro "materiale umano" alle bande di fuorilegge.
        Il banditismo coinvolse quasi esclusivamente i settori più miseri del mondo contadino, coloro che erano privi di un'occupazione fissa e di un proprio terreno: lavoratori giornalieri e stagionali, pastori e guardiani ma anche numerosi preti di campagna, simboli di un malcontento e di un malessere molto diffusi nel clero rurale. Negli ultimi decenni del Cinquecento, eccezionalmente, vi fu invece una partecipazione significativa dei nobili al fenomeno perché la crisi di alcune famiglie - mentre ne emergevano di nuove grazie alla politica del nepotismo - aveva esasperato un discreto numero di signori feudali, portandoli alla testa delle formazioni di banditi. Seppure non politicizzato, certamente non rivoluzionario, privo persino di un programma e di rivendicazioni immediate, il banditismo, in quanto forza organizzata fuori della legalità, fu equiparato ad una rivolta contro il potere. I pontefici dichiararono infatti "ipso facto ribelli e rei di lesa Maestà", ovvero colpevoli del reato politico per eccellenza, non solo i banditi ma anche tutti coloro che davano "aiuto, favore, o consiglio a detti delinquenti, direttamente o indirettamente".
        Già Gregorio XIII si era dato da fare per combattere i fuorusciti, pur essendo stato accusato in seguito di non aver affrontato seriamente il problema. Nel 1573 infatti, con l'obiettivo di sradicare un'usanza molto diffusa, aveva soppresso la facoltà per cardinali, baroni e ambasciatori di dare asilo ai fuorilegge; successivamente prese ripetuti provvedimenti contro l'uso delle armi e ordinò di radere al suolo alcune selve, nascondiglio dei banditi. Ma né queste misure, né il ripetuto invio di truppe e di spedizioni punitive riuscirono a far diminuire il fenomeno. Negli ultimi anni di vita del pontefice il numero di fuorilegge che agiva nello Stato della chiesa variava infatti dalle 12 alle 27 mila unità, arrivando quindi persino a superare l'insieme di tutti i soldati al servizio dei principi italiani.
        Il nuovo pontefice, Sisto V, per legare la sua immagine al rigore adottato contro i fuorusciti mobilitò anche i biografi e gli artisti dell'epoca: iniziò così una spietata guerra congedando innanzi tutto, in quanto indisciplinate, le truppe assoldate dal suo predecessore ed instaurando un clima di terrore. Le esecuzioni, numerose ed indiscriminate, furono all'ordine del giorno al punto che un cronista dell'epoca arrivò ad affermare: "Sono esposte più teste di banditi a Castel S. Angelo che cocomeri al mercato". L'uccisione in pubblico dei fuorilegge e, successivamente, l'esposizione della loro testa nei luoghi più frequentati della città assumeva la funzione di esempio, di deterrente nei confronti delle classi povere di cui i banditi, tranne rare eccezioni, facevano parte.
        Sisto V tentò anche, ma spesso infruttuosamente, di accordarsi con i governi degli altri Stati italiani per condurre in maniera unitaria e coordinata la guerra contro i fuorilegge in modo da evitare, come spesso accadeva, che costoro trovassero asilo negli Stati confinanti.
        Il 1° luglio 1585 Sisto V fece emanare una Costituzione che mirava a disgregare le bande dal loro interno, con la promessa di premi e impunità per quei fuorilegge che avessero consegnato, vivo o morto, un loro compagno, e a scardinare il forte legame di solidarietà esistente fra le popolazioni rurali e i fuorusciti.
        Al termine del 1585 il banditismo sembrava scomparso dalla Campagna romana, tanto che le autorità già cantavano vittoria. Nel 1589 però il fenomeno assumeva di nuovo il carattere di una protesta generalizzata: la carestia era il motivo contingente che faceva esplodere la rivolta. Durante i brevi pontificati di Urbano VII, Gregorio XIV e Innocenzo IX i fuorusciti continuavano ad aumentare; si cercò di contrastarli rendendo più efficienti le forze incaricate del mantenimento dell'ordine pubblico. Anche Clemente VIII, eletto nel 1592, tentò di risolvere il problema con la repressione militare mediante numerose spedizioni di soldati, che effettuavano però più saccheggi e furti dei fuorilegge contro cui dovevano combattere.


Immagine di briganti