a) I due manoscritti
Scrive Stendhal alla fine del Capitolo I:
"Traduco questa storia da due voluminosi manoscritti, uno romano e l'altro fiorentino. Con mio gran pericolo ho osato riprodurne lo stile, che somiglia a quello delle nostre vecchie leggende. Lo stile così fine e così misurato del nostro tempo mi pare che non sarebbe andato d'accordo con le azioni raccontate e soprattutto con le riflessioni degli autori. Questi scrivevano verso il 1598. Chiedo venia al lettore per loro e per me". I due manoscritti, secondo l'affermazione dello scrittore francese, sembrano dunque costituire la traccia di riferimento per la stesura delle due parti dell'opera.
In realtà l'unico manoscritto "vero" è il primo, vale a dire quello "romano": esso è conservato con la collocazione di "MS. ITAL. 171" presso la Biblioteca Nazionale di Parigi. Il manoscritto ha il seguente titolo:
Successo occorso in Castro Città del Duca di Parma nel monastero della Visitazione fra l'Abbadessa del medesimo et il Vescovo di detta Città l'anno 1572 nel Pontificato di Gregorio XIII. Il manoscritto è stato pubblicato in Appendice all'edizione Einaudi (1993) de La Badessa di Castro curata da Franca Zanelli Quarantini (pp. 235-243).
Il manoscritto contiene in effetti buona parte degli eventi rielaborati da Stendhal negli ultimi due capitoli del suo romanzo (la relazione tra "Elena de Campi Reale" e il "Monsignor Vescovo Cittadini", il racconto del processo a cui vennero sottoposti e la loro condanna). Ad esempio, nel Cap. VI de La Badessa di Castro Stendhal scrive:
"Ora il triste compito del narratore si limita a dare un sunto molto arido del processo che causò la morte di Elena. Questo processo, che ho letto in una biblioteca di cui devo tacere il nome, occupa almeno otto volumi. / L'interrogatorio e il ragionamento sono in latino, le risposte in italiano. Vi ho letto che nel novembre 1572, verso le undici di sera, il giovane vescovo si recò da solo alla porta della chiesa dove i fedeli sono ammessi durante tutta la giornata. La badessa stessa gli aprì la porta e gli permise di seguirla […]".
Il finale del romanzo risulta comunque diverso rispetto a quanto si legge nel manoscritto "romano".
Per gli eventi raccontati nella prima parte del suo romanzo (capp. I-V) Stendhal dichiara di aver tratto invece spunto da un manoscritto "fiorentino". Lo cita più volte, in particolare nel capitolo II:
"Dopo aver narrato tante storie tragiche, - dice l'autore del manoscritto fiorentino - finirò con quella che più di tutte mi fa pena a raccontare. Parlerò di quella famosa badessa del convento della Visitazione a Castro, Elena di Campireali […] I due manoscritti che noi seguiamo, e segnatamente quello che presenta alcuni giri di frase propri del parlar fiorentino, narrano fin nei minimi particolari la storia di tutti gli appuntamenti che tennero dietro a questo primo […]. "Chi lo crederebbe? - esclama lo scrittore fiorentino. - Dopo tanti convegni, nel giardino paterno e, una volta o due, persino in camera, a rischio d'incorrere in una morte orrenda, Elena era pura!".
Di questo manoscritto "fiorentino" gli studiosi non hanno però trovato alcuna traccia: molto probabilmente si tratta di una delle tante "invenzioni" di Stendhal…
b) le Passeggiate romane
Franca Zanelli Quarantini ci informa che dalle
Promenades dans Rome sono tratte intere frasi trascritte pari pari nel capitolo 1 della Badessa di Castro
c) il reportage di Stendhal sui briganti
Lo stesso Stendhal, dopo il suo viaggio in Italia del 1828, scrisse un breve saggio sui briganti che apparve anonimo e col titolo
Les brigands en Italie nel
Journal d'un voyage en Italie et en Suisse pendant l'anée 1828, pubblicato da Romain Colomb (cugino dello scrittore e suo compagno di viaggio), nel 1833. Molte affermazioni sui briganti che leggiamo nella
Badessa di Castro sono chiaramente tratte da questo saggio del 1828.