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Il brigante Gasparone
"Gasparone, l'ultimo brigante, nel 1826 entrò in trattative col governo; egli è rinchiuso nella fortezza di Civitavecchia con trentadue dei suoi uomini. Solo la mancanza d'acqua sulle cime dell'Appennino dove s'era rifugiato poté costringerlo alla resa. È un uomo di spirito, e d'aspetto abbastanza piacente".  (Cap. I)
Antonio Gasparoni
        "Di statura alta, corporatura snella, viso ovale, bocca, mento e naso regolare, poco vaiolato, barba nascente color castagno, capelli simili legati a codino, avente alle orecchie gli orecchini d'oro a navicella, vestito con pezze e cioce, calzoni curti, corpetto e giacchetta di velluto blu, cappello di feltro negro tondo a cuppolone": così, nel 1818, veniva descritto un giovane brigante che si era costituito alla polizia per usufruire dell'amnistia ma che poi, dopo una fuga dal confino, tornò alla macchia.
        Antonio Gasparoni (o Gasbarroni, o Gasparone), era nato nel 1793 a Sonnino ed aveva iniziato la sua carriera di fuorilegge nella banda di Luigi Masocco. Rimasto orfano da piccolo, il giovane Antonio si era unito ai fuorilegge dopo aver ucciso a pugnalate il fratello di una bella contadina di cui era innamorato.
        Gasparone si trovò ben presto a capo di una banda che agiva prevalentemente nel Lazio meridionale: i briganti fecero parlare di sé a tal punto che divennero persino una sorta di "animatori turistici": si era infatti diffusa, fra gli eccentrici ed intraprendenti galantuomini stranieri, la moda di trascorrere con i fuorilegge periodi di avventurose vacanze.
        Il gruppo sopravviveva effettuando sequestri di ricchi signori o clamorose irruzioni nei conventi, portando i religiosi sulle montagne ed ottenendo ingenti riscatti, talvolta grazie a complici interni che aiutavano i banditi nella riuscita delle azioni.
        I fuorilegge si attenevano a regole da guerriglia - perfetta conoscenza del territorio e frequenti spostamenti - servendosi di una vasta rete di appoggi e di informatori retribuiti che permetteva loro di prevedere i movimenti delle milizie e a volte anche di sviarli con false denunce.
        Le autorità pontificie provarono a catturare Gasparoni con mezzi più o meno leciti, dall'incentivazione del tradimento al veleno, ma senza risultati. Cresceva così la taglia sul capo di un brigante buono, inflessibile con le spie ma generoso con la sua gente, soprattutto con bambini ed anziani, e sempre premuroso nel ricordare che il suo intento non era quello di rubare "i denari a quelli che ne hanno pochi, ma a quelli che ne hanno troppi!".
        Ferito più volte dalla forza armata, il capo brigante veniva curato dai contadini, mentre i suoi compagni mediante azioni diversive tenevano lontane le truppe. Certo, le cure erano molto rudimentali e consistevano ricoprire la piaga di carote affettate, dopo averla lavata con una mistura di olio e vino.
        Nel 1825 il vicario di Sezze, monsignor Pellegrini, contattò il capo brigante Gasparoni - da tempo principale incubo delle autorità pontificie - attraverso le mogli di due carcerati proponendogli l'amnistia, e l'esilio in America, in cambio della resa. Il brigante accettò le condizioni. In realtà si trattava di un tranello.
        Dopo la consegna delle armi, gli arresi furono infatti rinchiusi a Castel Sant'Angelo: tutti i briganti finirono la loro vita fra le prigioni di Roma, Civitavecchia, Spoleto e Civitacastellana.
        Durante la lunga carcerazione il capo brigante, visitato da numerosi stranieri, era riuscito insieme al suo luogotenente Pietro Masi - l'intellettuale del gruppo - a trasformare la peregrinazione in un piccolo ma ingegnoso business, vendendo opuscoli manoscritti contenenti il racconto delle leggendarie azioni della banda.
        Nel 1870, in seguito ad una supplica a Vittorio Emanuele II, i sopravvissuti, tra cui Gasparoni, saranno scarcerati. Giunto a Roma, il mitico fuorilegge ormai quasi ottantenne, che viveva a Trastevere passando il tempo a fare la calza, divenne un simbolo della lotta contro le ingiustizie. Morì alcuni anni dopo.

P.S. Stendhal soggiornò a lungo a Civitavecchia: qui ebbe forse modo di vedere di persona il brigante. La cella di Gasparone fu visitata da diversi viaggiatori impegnati nel Grand Tour.



La grotta di Gasparone